Orban, l’inno di Mameli e poi “Romagna mia” a Cesena

Alla fine erano quattordicimilaquattrocentonovantadue. È il numero di paganti che va sommato al consueto sterminato plotone di federali, qualche imbucato e pure un Capo di Stato.

Orban in tribuna

Viktor Orban si è presentato al Manuzzi alle 19.15, un’ora e mezza prima della partita, praticamente a orari da calciatori. Era atterrato all’aeroporto di Forlì nel primo pomeriggio di ieri, per poi raggiungere la nazionale ungherese al Palace di Milano Marittima. Dallo Sky Box lato curva Ferrovia, Orban ha inizialmente pasteggiato insieme al presidente della Federcalcio ungherese István Kisteleki, al presidente della Figc Gabriele Gravina e una schiera di federali italiani paragonabile all’elenco telefonico di Roma2.

Alla sua sinistra (ci scuserà l’espressione) Orban si è gustato il colore e il calore di 1.500 tifosi ungheresi che per tutto il pomeriggio hanno animato le vie di Cesena, in un tripudio di registratori di cassa dei bar del centro. La squadra magiara in campo era un pieno di energia e aveva tanta birra in corpo, specchio fedele dei suoi sostenitori in curva Ferrovia.

Il premier d’Ungheria si è seduto sciarpato di tutto punto tra i dirigenti sportivi ungheresi e italiani, con la politica italiana che ha orgogliosamente risposto in salsa locale, con il sindaco di Cesena Enzo Lattuca e il vice Christian Castorri subito sotto, schierati in compatta fase difensiva come Gianluca Mancini e Alessandro Bastoni.

Due inni nazionali più uno

Prima della palla al centro, le emozioni dell’inno ungherese e dell’inno di Mameli non deludono le attese, poi parte un “Romagna mia” che coinvolge buona parte dello stadio.

A riprova di un fattore campo bello ruspante, in curva Mare spunta anche un “chi non salta è un ungherese” seguito a ruota da un localissimo “chi non salta è un bolognese” a ricordo di certi derby del tempo in cui a Cesena e dalle parti del Manuzzi abitava il calcio vero.

Il sogno di Gnonto

La curva Mare inferiore è popolata da ragazzini delle scuole calcio in divisa. Scontato che il grosso dei loro applausi sia per il 19enne Willy Gnonto, perché il suo sogno in fondo è il loro sogno. Migliaia di ragazzini in tuta d’ordinanza a dare colore allo spicchio di stadio che di solito ospita gli ultras del Cesena: sono loro a fare partire i cori e peccato solo per il classico coraccio che si sente in Serie A quando il portiere avversario rinvia il pallone. Inutile ricordare cosa si urla: anche se l’assonanza inganna, non è proprio un omaggio a Franco Lerda, bomber del Cesena in B nei primi Anni 90.

Mancini e Vicini

Mentre Pellegrini crea e Donnarumma in qualche modo conserva, a un certo punto c’è pure uno scampolo di gloria per un ex Cesena come Alessio Zerbin, che non giocava al Manuzzi dal 23 febbraio 2020. Era un Cesena-Vicenza 1-3 in C, ultima gara prima del Covid.

Zerbin ha debuttato proprio ieri in azzurro grazie a un Roberto Mancini che si è gustato una serata serena in vista di un Mondiale da vivere sul divano a guardare gli altri. Già, Mancini: questo stadio e questa città gli ricordavano Azeglio Vicini, il ct che lo esaltò in Under 21 e poi lo tenne un po’ in disparte in nazionale maggiore. Una ferita mai del tutto rimarginata, con Mancini che a suo tempo disse di Vicini: «Un cieco in panchina, non mi faceva giocare perché non militavo in una squadra politicamente forte. Ma si sa che Vicini non era un cuor di leone». Esagerato. Il motivo della sua panchina era più semplice e si spiegava in quattro parole. Baggio era più forte.

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