Omicidio Minguzzi, carabiniere rivela: ostacoli alle indagini

C’è un dossier, datato 1987, che già all’epoca indicava punto per punto tutti gli elementi investigativi che sarebbero stati sufficienti – secondo chi l’aveva redatto – per risolvere il caso dell’omicidio di Pier Paolo Minguzzi. Indicava i nomi dei due carabinieri della Stazione di Alfonsine, Orazio Tasca e Angelo Del Dotto, e dell’idraulico del paese, Alfredo Tarroni. Per l’autore di quel rapporto giudiziario non c’erano altre piste da battere: i tre, arrestati in flagrante nel luglio di quell’anno e poi condannati per la tentata estorsione alla famiglia Contarini, culminata con la sparatoria costata la vita al carabiniere Sebastiano Vetrano, non potevano che essere gli stessi responsabili del rapimento del 21enne di Alfonsine, anche lui militare di leva, a Bosco Mesola, sequestrato la notte tra il 20 e il 21 aprile e trovato morto nel Po di Volano il Primo maggio. Quel dossier non fu mai trasmesso in procura. Trentaquattro anni dopo, è stato letto a voce alta nell’aula della Corte d’assise di Ravenna, durante il processo che vuole chiudere una volta per tutte il cold case romagnolo in cima alla lista dei più datati casi irrisolti in Italia, che, riaperti, sono arrivati a giudizio.

Ombre sulle indagini

Il modo in cui furono gestite le indagini a quel tempo è il motivo per cui Antonio Di Munno – trasferito nel settembre dell’87 dalla squadra di polizia giudiziaria di Comacchio a Ravenna – decise di rassegnare le dimissioni e abbandonare l’Arma. Non solo il suo dossier non fu mai trasferito alla Procura; quando cercò il confronto con i vertici del comando provinciale bizantino, la risposta fu questa: “Brigadiere, non ha ancora capito che la mer.. più si gira più puzza?”. Parole che ieri ha riportato in aula trattenendo a stento un certo trasporto, aggiungendo la delusione dell’epoca, perché «i miei valori non mi consentivano di accettare questa atmosfera».

I 17 punti del dossier

Oggi Di Munno fa l’assicuratore, ma ricorda bene gli indizi che al tempo «mi fecero fare subito 1+1 dopo l’omicidio Vetrano». In tutto 16 i punti che scrisse nel suo rapporto. Il primo può sembrare una mera coincidenza: in caserma ad Alfonsine rispose Tasca quando la mamma di Minguzzi chiamò dopo aver ricevuto la prima telefonata dei rapitori con la richiesta di 300 milioni di lire come riscatto: la stessa poi chiesta ai Contarini. Ma tutti gli altri? Il fatto che Tasca e Del Dotto avessero debiti e «un tenore di vita elevato rispetto alle proprie possibilità», il rinvenimento di 2,4 e 1,7 milioni di lire nei rispettivi armadietti in caserma, e (sempre nello scomparto di Tasca) del giornalino “I Piccanti”, con un’orecchia nella pagina raffigurante la tecnica dell’incaprettamento, proprio quella utilizzata per legare il povero Minguzzi alla grata di ferro utilizzata per zavorrare il cadavere gettato nel fiume. «Era un sequestro anomalo, un caso unico in Italia, dato che non si sono mai viste così tante telefonate estorsive in 9 giorni».

Era chiaro, poi, che i rapitori sapessero in anticipo le mosse degli investigatori, al punto da far saltare l’appostamento del 30 aprile a Lido delle Nazioni, dov’era stata individuata la cabina telefonica dalla quale sarebbe dovuta partire l’ultima telefonata alla famiglia della vittima. «I briefing delle indagini erano nella caserma di Alfonsine, le stesse intercettazioni sono convinto che avvenissero lì». Era proprio così. I due presunti membri della banda avrebbero potuto facilmente seguire gli sviluppi investigativi e correggere i piani. Un’altra anomalia di quell’agguato fallito fu «l’ordine che arrivò da Ravenna: non dovevamo arrestarli subito, ma di pedinarli, poi ci fu chiesto di rientrare, annullando il sevizio».

l’allarme ignorato

C’era stato poi l’errore del telefonista, dallo spiccato accento siciliano così simile a quello di Tasca: ricattando i Minguzzi aveva sbagliato cognome, chiamandoli “Contarini”, anticipando così quella che sarebbe stata l’estorsione messa in atto due mesi dopo e finita con l’arresto del trio durante la sparatoria a Taglio Corelli, quando la pistola di Tarroni uccise l’appuntato Vetrano alla consegna della valigetta con il denaro. «Era basilare fare una comparazione fonica tra le voci dei due casi», aggiunge il teste. Accertamento che – con la riapertura del fascicolo – il sostituto procuratore Marilù Gattelli ha disposto già in fase di indagini preliminari, trovando una chiara corrispondenza nella parlata di Tasca; ora anche la Corte presieduta dal giudice Michele Leoni affiderà un’analoga comparazione, affidando la verifica all’ingegner Lorenzo Benedetti.

Ai 16 punti redatti da Di Munno ne è stato aggiunto un altro, scritto da una mano ignota e ancora più esplicito: vi si legge, testuali, “Tasca Orazio, Tarroni Alfredo, Del Dotto”. I sospetti, insomma, c’erano già 34 anni fa ma non hanno mai portato al alcuna iscrizione nel registro degli indagati. Nemmeno quando, prima ancora che l’indagine per il caso Contarini finisse nel sangue, arrivò un altro ordine di servizio che scosse gli inquirenti: “Occhio ai nostri”.

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