Omicidio Minguzzi, a processo dopo 33 anni i tre sospettati

Che si ricordi, si tratta del cold case più datato che sia mai andato a processo dopo la sua riapertura. L’omicidio di Pier Paolo Minguzzi attende giustizia dal 1987. Da quando cioè il 21enne di Alfonsine, studente di agraria e in quel momento carabiniere di leva a Bosco Mesola, fu rapito la notte tra il 20 e il 21 aprile dopo essere tornato a casa in congedo per Pasqua. Fu ritrovato morto il Primo maggio nel Po di Volano. Ieri, 33 anni dopo, sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di sequestro di persona, omicidio volontario e occultamento di cadavere Orazio Tasca, 54enne originario di Gela, Angelo Del Dotto, 56 anni di Ascoli Piceno, e il 63enne di Alfonsine Alfredo Tarroni. I primi due all’epoca erano carabinieri nella locale stazione, mentre il terzo faceva l’idraulico nella cittadina.
Erano tutti presenti in aula, davanti al giudice per l’udienza preliminare Sabrina Bosi. A fatica si sono scambiati uno sguardo. Eppure non è il primo processo che affrontano insieme. Furono arrestati tutti nel luglio di quello stesso anno, due mesi dopo il ritrovamento del cadavere del 21enne, per un’altra estorsione “fotocopia”: quella ai danni della famiglia Contarini – che con i Minguzzi erano fra i più facoltosi imprenditori della Bassa Romagna nel campo dell’ortofrutta -, culminata nella sparatoria costata la vita all’appuntato dei carabinieri Sebastiano Vetrano, ucciso alla consegna della valigetta con 150 milioni di lire. Per quel fatto hanno già scontato pene tra i 22 anni e mezzo e i 25 anni. Ma da quando, nel 2018, sono state riaperte le indagini si sono sempre dichiarati innocenti per il caso Minguzzi.

Così ieri sono tornati indietro nel tempo, tra fatti, testimonianze, prove e indizi raccolti nel corso delle indagini. Ad analizzarli in aula il procuratore capo Alessandro Mancini, preceduto dalla ricostruzione dei fatti esposta dal pubblico ministero Marilù Gattelli.
Aprile 1987. A segnare il destino di Minguzzi è la decisione di prendere il congedo per Pasqua, e tornare ad Alfonsine. Il ragazzo arriva sabato sera a casa dei genitori e il giorno seguente fa una sorpresa alla fidanzata. Passano assieme anche il lunedì di Pasquetta, vanno Marina Romea e in serata si spostano al bowling a Imola. Il rapimento avviene probabilmente la notte stessa, subito dopo averla salutata. La Golf rossa del 21enne viene trovata parcheggiata in centro paese con le chiavi nel cruscotto, dopo l’allarme dato dalla madre. Qualche ora più tardi i familiari ricevono la prima telefonata dei rapitori, con la richiesta di un riscatto di 300 milioni. La voce è di uno sconosciuto con spiccato accento siciliano. Sarà il primo di una serie di contatti che svaniranno nel nulla in meno di dieci giorni. Infatti il Primo maggio il corpo di Minguzzi riaffiora dall’acqua. Il cadavere è legato con il metodo dell’incaprettamento, assicurato con una corda gialla a una grata in ferro da 16 chili, usata come zavorra. Il volto è parzialmente coperto da un passamontagna. La morte, così dirà l’autopsia, è avvenuta per asfissia meccanica prodotta da strangolamento, non per annegamento. Già all’epoca le indagini portano a un casolare abbandonato, dove il 21enne ha passato i giorni del rapimento prima di morire. E in quello stesso casolare, poco prima dei fatti, viene avvistata l’auto di uno degli indagati; secondo l’accusa, un sopralluogo prima di dare vita al piano.
Due mesi dopo ecco che tocca ai Contarini. La richiesta estorsiva è la stessa: 300 milioni, da dividere in tre. Ma non finisce bene. A Taglio Corelli nel corso della consegna della valigetta con parte del riscatto ci scappa il morto. Tarroni ha una pistola, Del Dotto spara e uccide uno dei carabinieri appostati. Già allora il collegamento con l’omicidio Minguzzi viene automatico. Tuttavia le indagini arrivano a un punto cieco e il caso viene archiviato come irrisolto.
Ma per l’accusa, ora più che mai, le prove sono sopravvissute al tempo, e saranno portate davanti alla corte d’assise nel processo che partirà il 2 febbraio 2021.

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