Omicidio in stazione a Rimini: lo ha ammazzato per gelosia

Galileo Landicho non è stato ucciso da un killer in azione per caso, ma da un connazionale “ossessionato” dalle attenzioni che il giardiniere rivolgeva in presenza e sui social alla moglie. Antonio “Tony” Rapisura”, 51 anni, moglie e tre figli, custode e uomo tuttofare di un imprenditore parente del datore di lavoro della vittima, lo ha confessato prima alla Squadra mobile della Questura di Rimini e poi ieri davanti al pubblico ministero Luigi Sgambati e al Gip Vinicio Cantarini – grazie alle minuziosi indagini condotte dagli investigatori guidati dal vice questore aggiunto Mattia Falso – che ne ha chiesto e ottenuto l’arresto. L’ipotesi d’accusa: omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.

Il movente

Era da tempo che tra i due uomini non correva buon sangue, tanto che il giardiniere assassinato lo scorso marzo aveva interrotto la loro amicizia certificata anche da molte foto, “bannandolo” dal proprio profilo Facebook. L’assassino, a quanto pare, lo aveva accusato di aver approfittato di un suo viaggio di lavoro per far visita alla donna a casa in orario inappropriato: la signora, infatti, lo avrebbe ricevuto in pigiama. Era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Ma probabilmente non è stato l’ultimo episodio.

L’agguato

Ecco allora che domenica 21 novembre, dopo aver saputo dai social che il giardiniere era andato a una delle solite feste tra connazionali a Marina centro, Antonio “Tony” Rapisura, decide di dare una lezione a Galileo. Conosce bene le abitudini del giardiniere che si muove solo con passaggi o autobus di linea (non ha la patente) su cui sale, quasi sempre, alla fermata davanti alla stazione. Esce di casa dicendo alla moglie che va a fare jogging. In realtà, sarà ricostruito dal certosino lavoro sulle immagini delle telecamere da piazzale Cesare Battisti alla fontana dei Quattro cavalli degli investigatori della Mobile, nei fotogrammi si vede il custode uscire di casa spingendo una mountain bike da ragazzino parcheggiata subito dopo accanto alla sua Ford Fiesta da dove, dopo aver aperto il portabagagli, preleverà e indosserà un giaccone lungo di colore scuro e si metterà in tasca un coltello con lama ricurva (una roncola in miniatura). «Mi serviva per potare la foglia di una pianta» dirà interrogato, perché lui alla fermata del 160 dove Galileo aspettava il bus per tornare a Verucchio dove viveva e lavorava, ci sarebbe andato per un “semplice” chiarimento. Deve aspettare una quindicina di minuti prima di riconoscere la sagoma del giardiniere, che si appoggia alla pensilina dopo essere uscito dalla tabaccheria-ricevitoria dove ha controllato una schedina del Super Enalotto. Sono le 19,12 quando Tony affonda la lama del coltellino nel collo del giardiniere e gli recide la giugulare, morirà per dissanguamento. Poi risale in sella alla bicicletta parcheggiata contro il tronco di un albero, e si “perde” nel buio della sera.

L’indagine

C’è voluto una brillante intuizione investigativa per arrivare alla soluzione di un giallo all’apparenza destinato a restare insoluto. Anche perché, nonostante le molte persone presenti, ad eccezione di una coppia di ragazzi fermi sotto la pensilina a pochi metri dalla vittima, nessuno diceva d’aver visto nulla. Dopo un mese di indagini serrate e migliaia di filmati visionati, in particolare quelli delle telecamere sugli autobus in sosta e transitati tra la stazione e Marina centro, attività e abitazioni della zona (oltre a quelle del sottopasso della ferrovia) la Squadra mobile ha stretto il cerchio su Rapisura. L’intuizione degli investigatori è stata quella di cercare tra chi poteva conoscere Landicho nella comunità filippina di Rimini e che fosse residente non lontano dal luogo del delitto. Individuato che l’unico era il custode, hanno acquisito anche le immagini delle telecamere del condominio dove l’uomo vive con la famiglia e lo immortalano quando esce ma anche quando torna a casa a piedi, dopo un nuovo passaggio alla sua macchina dove si cambierà per la seconda volta. L’arma del delitto non è stata ritrovata, «ho gettato il coltello in un cassonetto»; stesso destino detto anche per la bicicletta del figlio, così racconta alla moglie, cosa invece confutata dalle indagini e che ha rischiato di mettere nei guai un innocente. Antonio Rapisura è assistito dagli avvocati Alessandro Petrillo e Monica Rossi che, al momento, non hanno rilasciato dichiarazioni, in attesa di ulteriori approfondimenti.

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