La giustizia è un ottovolante per i fratelli Preci, condannati, poi assolti e quindi condannati di nuovo per omicidio volontario in concorso con il padre. La Corte d’assise di appello, chiamata dalla cassazione a pronunciarsi una seconda volta, ha inflitto a entrambi la pena di venti anni e sei mesi di reclusione. Edmond e Altin sono stati riconosciuti responsabili dell’omicidio di Petrit Nikolli, 42enne idraulico di cittadinanza italiana e origine albanese ucciso in strada a Rivabella il 25 maggio 2016. A sparare era stato il padre dei due fratelli albanesi, Lek Preci, ma per i giudici i figli erano consapevoli delle sue intenzioni e quindi complici. Il genitore, l’unico ad avere avuto una condanna definitiva a venticinque anni di carcere, ha sempre cercato di scagionarli. «Ho fatto tutto da solo, non sapevano neanche che fossi armato». Un testimone, però, sostiene di avere visto la pistola usata per il delitto, sul sedile posteriore dell’auto utilizzata per la spedizione punitiva.

La sentenza ha riconosciuto la validità del quadro accusatorio (l’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Paola Bonetti, era stata svolta dalla Squadra mobile di Rimini) e ha confermato il verdetto della Corte d’assise di Rimini (in più a Bologna sono state concesse ai due imputati le attenuanti generiche). Tornano valide anche le statuizioni civili: un milione mezzo di provvisionale a Linda, la vedova (assistita dall’avvocato Mattia Lancini) e ai suoi quattro figli, l’ultimo dei quali non ha mai conosciuto il padre.

Scontato il nuovo ricorso in Cassazione dei fratelli Preci, difesi dagli avvocati Tiziana Casali e Nicodemo Gentile. «Siamo innocenti», il loro commento. La madre e la sorella degli imputati sono scoppiate a piangere.

Per l’accusa sarebbero stati complici del padre nel pianificare e compiere la spedizione punitiva dall’esito mortale. Per la difesa, invece, i due figli non sapevano neanche che il genitore fosse armato. Questi, appreso che la giovane sposa di Edmond aveva abbandonato il tetto coniugale, convocò i figli e decise di andare a riprendersela. Si procurò una pistola e un’auto in prestito. E una volta a Rimini cercò il confronto con Petrit, zio della ragazza. Un uomo generoso alla quale la giovane nipote, sposa di Edmond, si era rivolta la sera prima al telefono per chiedere aiuto e ospitalità. «Mio marito mi maltratta».

Era davvero così? La ragazza, scappata negli Usa, non è mai venuta in aula a confermarlo. Di certo lo zio le credette tanto che, l’ultimo giorno della sua esistenza, andò in Lombardia dove viveva con il coniuge e il suocero e la portò al sicuro a Rimini, innescando la reazione incontrollata della famiglia Preci. Poche ore dopo uno sparo alle spalle, lungo via Toscanelli, mise fine all’esistenza di Petrit.

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