Omicidio a Cesena: «Di Giacomo non dava segni di odio»

Una panchina vicino ai giochi dei bambini nel parco della Buca alle Vigne. Un’inseparabile bicicletta con dentro il cestino l’altrettanto inseparabile cagnolino. Un cruciverba per passare il tempo durante le soste. Sono gli elementi semplici su cui una cesenate di mezz’età, due estati fa, ha costruito una relazione umana con Giuseppe Di Giacomo: il 65enne che nei giorni scorsi ha ammazzato a coltellate il vicino di casa 49enne, Davide Calbucci. Ora il fatto cruento accaduto non può non creare turbamento, ma anche un grande sconcerto, in chi con l’assassino aveva costruito un rapporto, se non di amicizia, di buona conoscenza e frequentazione proprio nel luogo dove si è consumato il delitto.

È accaduto due estati fa, «in un momento molto difficile per problemi familiari», racconta la donna, che è rimasta incredula e sconvolta quando ha saputo cosa era successo. «Allora ero andata a vivere temporaneamente alle Vigne e ogni giorno frequentavo quel parco, dove andavo a prendere un po’ di fresco e a cercare un po’ di tranquillità – racconta – Mi capitava di sedermi sempre su una stessa panchina e spesso c’era anche lui. Inizialmente ognuno si faceva i fatti suoi, alle due estremità di quella panchina. Poi, poco a poco, abbiamo preso confidenza».

Per circa tre settimane quegli incontri sono stati costanti e la cesenate ricorda di avere parlato all’uomo dei problemi che aveva in quel periodo, trovando una persona che »ascoltava e dava anche consigli, per esempio invitandomi a non abbandonare il mio lavoro quando ero tentata di farlo». A proposito di lavoro, rammenta che lui le riferì che la professione che aveva svolto lo aveva portato a girare molto. Quanto alla personalità di Giuseppe Di Giacomo, la sua conoscente spiega che si avvertiva chiaramente la sua “sicilianità”, sulle prime poteva apparire un po’ burbero e saltava subito all’occhio che era “un solitario”.

Poi aggiunge che quello fu in fondo “l’incontro tra due solitudini”, di cui conserva “un bel ricordo”, nonostante la gravità del crimine commesso in seguito. L’immagine più vivida che ha di quegli incontri nel parco è «la pallina che Giuseppe tirava al suo cane, Whisky, giocando a farsela riportare». Forse l’unico attimo spensierato di un uomo che molti descrivono come scontroso, ma che con lei si è sempre comportato bene, pur essendo tutt’altro che un allegrone. Per il resto, le ore al parco dell’allora 63enne trascorrevano tra «giri ripetuti in zona e parole crociate». Quello che stupisce è che nelle conversazioni fatte non era mai emersa un’ostilità così evidente verso il vicinato o la comunità cesenate con cui, a quanto pare, quell’uomo, di origine siciliana, non era mai riuscito a integrarsi bene. Né ha mai notato comportamenti scorretti, che possano fare pensare a un molestatore di donne, cosa di cui, da quanto ha riferito l’assassino, Davide Calbucci lo accusava. Pur rendendosi perfettamente conto della brutalità dell’omicidio di cui si è macchiato e senza minimizzarne in alcun modo la gravità, la donna si dice amareggiata che Di Giacomo venga dipinto “come un mostro” e che tanti “sui social gli augurino ogni male in questi giorni”, perché lei ha conosciuto una persona diversa. Ed è così che lo vuole ricordare: come un confidente, e “forse una persona che si sentiva molto sola”, che le ha dato una mano scambiando quattro chiacchiere per diverse settimane in un momento complicato.

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