Omaggio ad Alexander Langer, visionario della pace di altri tempi

A quasi trent’anni dalla fine della guerra Lipovac è ancora l’indicazione da seguire per chi si muove in auto da Zagabria a Belgrado. Le dimensioni delle scritte sui cartelli stradali potrebbero trarre in inganno il viaggiatore. Lipovac è solo un piccolo villaggio di poco più di 800 abitanti che si trova al confine con la Serbia. Pur di non menzionare quella che era la capitale della Jugoslavia le autorità di Zagabria preferiscono indicare a caratteri cubitali il nome dell’ultima sperduta località croata a ridosso della frontiera orientale. I fantasmi del passato continuano a ossessionare i pensieri di chi si è spartito le spoglie della ex repubblica federale fondata da Tito.

Tante sono le immagini che intasano la mia mente mentre attraverso il ponte sulla Sava che segna il confine fra Croazia e Bosnia-Erzegovina dopo avere abbandonato la direttrice Zagabria-Belgrado. In realtà guardando i colori degli enormi stendardi rosso, blu e bianchi appesi ovunque sembra di trovarsi in Serbia ma Serbia non è anche se chi governa da queste parti vorrebbe esserlo. La Republika Srpska è una delle due entità che compongono lo stato della Bosnia-Erzegovina. Di fatto è uno stato nello stato che non perde occasione di minacciare la secessione per ricongiungersi a quella che considera la madre patria. Qui trovi ovunque le indicazioni per Belgrado. L’autostrada che scende a sud verso Banja Luka, la capitale di questa entità federale, è una cattedrale nel deserto dove le auto che incontri si contano sulle dita di una mano. E’ dedicata al 9 gennaio, giorno in cui si celebra la festa nazionale della Republika Srpska, abolita dalla Corte Costituzionale di Sarajevo ma riconfermata dalle autorità serbo-bosniache. Benvenuti in Bosnia, lo stato più complicato a livello istituzionale, meno efficiente e più disfunzionale del vecchio continente. Sono diretto a Tuzla, città che fa parte dell’altra entità che compone il Paese, la Federazione, nata dal patto fra la comunità musulmana e quella croata.

Per chi negli anni novanta era impegnato a soccorrere la popolazione bosniaca travolta da un feroce conflitto interetnico con le orde serbe guidate dai criminali di guerra Ratko Mladic e Radovan Karadzic che mettevano a ferro e a fuoco intere città e campagne Tuzla rappresentava un oasi di pace, un modello di convivenza civile dove musulmani, serbi e croati non solo non si odiavano ma gestivano in sintonia gli affari della municipalità accogliendo i profughi che fuggivano dai combattimenti che infuriavano nelle zone circostanti. Per Alexander Langer era la prova vivente che dimostrava che la soluzione era a portata di mano. Con Selim Beslagic, il sindaco di allora, bussava a tutte le porte delle istituzioni europee per chiedere un impegno concreto a sostegno di chi in Bosnia si batteva per la coesistenza pacifica fra etnie, culture e religioni. Ma la diplomazia internazionale prestava attenzione solo ai signori della guerra legittimando di fatto l’uso della forza a scapito del diritto. Langer se ne andò prima; non fece in tempo a vedere la fine della guerra. Il suo impegno instancabile, però, non è stato dimenticato.

La città di Tuzla lo scorso 31 ottobre gli ha conferito la cittadinanza onoraria postuma. Sarajevo l’aveva già fatto nel febbraio dello scorso anno. “Alexander Langer è il simbolo dell’empatia per la Bosnia e il dramma che stava vivendo”, ha sottolineato Jasmin Imamovic, sindaco di Tuzla, durante la cerimonia, “lui si batteva per la pace e la riconciliazione contro chi seminava l’odio”. “Langer non ha sopportato il dolore per la sofferenza del popolo bosniaco” ha aggiunto in una sala gremita di cittadini che non hanno dimenticato il pacifismo concreto dell’eurodeputato sudtirolese.

Mi torna alla mente un curioso particolare. Un giorno a Strasburgo nell’ufficio di Alex in Parlamento europeo rimossi una pila di documenti per appoggiarmi al davanzale. Con mia sorpresa trovai sotto alle carte un fumetto di Dylan Dog. Langer non era un uomo di frivolezze e io non avevo mai letto un giornalino del personaggio creato da Tiziano Sclavi. L’ho fatto in seguito. Se Dylan Dog è conosciuto come l’indagatore dell’incubo per me Alex Langer è stato “l’indagatore dell’incubo della guerra” perché la guerra è un incubo da cui bisogna uscire. Dylan Dog si vanta di avere un “quinto senso e mezzo” che gli consente di sbrogliare le situazioni più allucinanti. Anche Alex Langer aveva un “quinto senso e mezzo” che gli consentiva di scoprire e indicare vie di pace nel labirinto infernale delle guerre. Mi piace ricordarlo così. Un visionario della pace di altri tempi che, però, non ha fatto, per nulla, il suo tempo perché quello che ha detto, scritto e costruito ha ancora molto da offrire.                  

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