Omaggio a Ennio Morricone: Santa Cecilia – Cinema concerto

Ennio Morricone, scomparso lo scorso sei luglio, è stato uno dei musicisti più innovativi della scena italiana e non solo. Come dimostrano queste registrazioni (da “Nuovo Cinema Paradiso” a “Sacco e Vanzetti”, da “Sostiene Pereira” a “Vittime di guerra”, alle pellicole di Sergio Leone) in cui Morricone, era il 1998, dirigeva e rileggeva se stesso aiutato dall’Orchestra e i Cori dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e da alcune voci soliste – Dulce Pontes, Angelo Branduardi, Gemma Bertagnolli.

Nell’opera di Morricone venivano ad intrecciarsi il “colto” e il popolare: le partiture, frutto di continue sperimentazioni, rivelavano ogni volta tutta la loro nascosta complessità (Nino Rota, che aveva scoperto uno degli esperimenti che il compositore faceva, gli disse: “Tu stai elaborando una musica puntillistica col sistema tonale”), la sapienza dell’orchestratore, la capacità di rivolgere l’orecchio alle esperienze sonore del secondo Novecento (a quelle della musica “seria” ma anche a quelle del pop).

Basti pensare, solo per fare un esempio, a una colonna sonora come quella del film “Mission”, di cui lo stesso Morricone raccontò la genesi: “Nelle mie composizioni ho spesso cercato di sovrapporre dei temi; qui ho sovrapposto tre idee, la musica del Rinascimento, la musica liturgica, nel senso del mottetto reso forte storicamente da Palestrina, e la musica etnica. Queste tre idee sono presentate da sole e, nel finalissimo, tutte e tre insieme; è stato uno sforzo tecnico notevole, ma mi ha dato anche una soddisfazione morale e spirituale”.

Materiali, quelli del maestro romano, vettori di un universo timbrico alquanto originale e di esperienze di convivenza politonale. Composizioni nelle quali l’incontro tra le semplificazioni armoniche tradizionali e la serializzazione degli intervalli, delle durate, dei timbri, delle dinamiche, finiva col generare un senso di incerta sospensione nei confronti dell’armonia e della melodia tradizionali, tipico della musica del nostro secondo dopoguerra. Melodia, si può ancora dire, con cui Morricone ha sempre avuto un rapporto, e non sembri un paradosso, “anti-melodico”.

Nonostante Morricone – ha scritto Francesco De Melis – passi per geniale creatore di potenti afflati melodici (ma sono i contesti armonico-contrappuntistici di questi afflati a essere soprattutto potenti), egli non è mai stato interessato alla melodia, mentre al suo trattamento sì, moltissimo. A sviscerarla nelle sue implicazioni e conseguenze armonico-contrappuntistiche sì, sempre e comunque, in tutti i generi”.

Se è esistito un compositore – e il disco in questione ne è un’ulteriore riprova – che ha seguito in maniera esclusiva solo le proprie attitudini, le proprie idee, il proprio intuito, questo è stato Morricone, in grado di superare ogni limite di genere, facendo dell’artigianato la sua ferrea cifra espressiva. Un artigianato che aveva un’illustre araldica e che, da Monteverdi in giù, vantava antenati capaci di puntare sul totale dominio tecnico della struttura musicale.

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