Olimpiadi, «Io, Enrico Rossi, beacher per caso ora sogno l’Olimpo»

Enrico Rossi, il 4 giugno a Ostrava lei festeggiava la qualificazione per le Olimpiadi ma faticava a stare in piedi a causa dei problemi al ginocchio destro. A 40 giorni di distanza come sta?

«Decisamente meglio anche se non mi sento ancora al 100 per cento. I problemi al ginocchio destro erano iniziati nell’ultimo dei tre tornei giocati a Cancun (durante i quarti vinti contro i polacchi Kantor/Losiak, ndr). Avevo continuato a giocarci sopra e quando sono tornato in Italia mi è stata diagnosticata una lesione di 1°-2° grado del legamento collaterale. Ho seguito un percorso riabilitativo per poter giocare a Sochi e a Ostrava e, centrata la qualificazione, mi sono fermato per rimettermi in sesto».

Le Olimpiadi per lei erano?

«Un sogno. Ogni atleta dei cosiddetti sport minori si allena, compete e vive per poter arrivare alle Olimpiadi. Il mio sogno a cinque cerchi è iniziato il giorno in cui sono stato convocato in nazionale assieme a Marco Caminati. Adesso che sono qui a Tokyo dico che non mi sento arrivato. Anzi, considero questo il punto di partenza. Partecipare è qualcosa di straordinario, perché essere qui significa che io e Carambula siamo tra le 24 coppie più forti del Mondo, ma proprio perché ci siamo vogliamo provare a vincere il più possibile. Anche perché le Olimpiadi ti responsabilizzano più che mai: quando scenderò nell’arena del beach rappresenterò l’Italia intera».

Da quanti giorni pensa a Tokyo?

«Io e Carambula abbiamo saltato l’ultimo torneo del World Tour a Gstaad proprio in ottica Tokyo. Però non ci ho pensato fino a mercoledì 14, due giorni prima di volare in Giappone, quando ho ritirato il mio pass olimpico».

Lei è il secondo atleta di Cesenatico a partecipare alle Olimpiadi dopo Marco Pantani…

«So che ha partecipato ai Giochi di Sidney del 2000, so che è arrivato 69°, e quindi nella peggiore delle ipotesi io farò meglio, ma onestamente non vidi la sua gara. Conosco la fama di Marco Pantani, ma io sono nato nel 1993 ed ero troppo piccolo quando lui trionfava al Giro e al Tour».

Lei è un ragazzo nato e cresciuto sulla spiaggia, però è diventato giocatore di beach per caso. Racconti.

«Come quasi tutti i ragazzi di Cesenatico, io l’estate la vivevo e la vivo in spiaggia praticando tutti gli sport da spiaggia. Però io ho nasco calciatore nel Bakia e lo sport per me fino ai 15/16 anni era il calcio. Poi mio babbo, appassionato di beach volley, mi ha trascinato sui campi della spiaggia libera di piazzale Andrea Costa e tutto ha avuto inizio».

Gran parte del suo percorso lo ha fatto al fianco di Marco Caminati: le dispiace non essere a Tokyo con lui?

«Mi dispiace non vedere Marco alle Olimpiadi perché per me ha grandi qualità e non gli manca nulla per fare il professionista. Gli ho sempre augurato il meglio e quindi mi auguro che possa fare un percorso simile al mio. Io a un certo punto mi sono trovato ai margini, un po’ come lo è lui ora, ma ho trovato la forza e la volontà per riemergere. So quanto sia difficile perché ci sono passato, ma Marco ha tutto per cambiare in meglio il suo destino».

Visti da fuori, lei e Carambula avete un bel feeling e riuscite a compensare con qualità tecniche ed estrosità alla mancanza di centimetri…

«Per arrivare al top, io e Adrian ci siamo dovuti adattare il più in fretta possibile. Giorno dopo giorno, anche molto velocemente se consideriamo che giochiamo insieme dal 2019 e nel 2020 non abbiamo disputato nessun torneo a causa del Covid, abbiamo elevato il nostro livello. Non avendo la forza fisica delle coppie che primeggiano, abbiamo scelto una via diversa, un beach volley fatto di estro e fantasia. Poi sul campo e fuori ci compensiamo e abbiamo creato un bel gruppo».

Ha parlato del Covid: come avete vissuto lei e Carambula negli ultimi 18 mesi?

«Intanto, diciamo che il rinvio di un anno delle Olimpiadi non ci ha danneggiati. Sarebbe stato più difficile per noi qualificarci nel 2020, in quanto il nostro progetto era iniziato appena un anno prima e io ero limitato da problemi alla schiena. Nel 2020 c’è stato un solo grande torneo, in Qatar, ma non non siamo potuti andare in quanto eravamo in Australia per preparare il debutto del World Tour, che invece saltò, e a causa dei protocolli non ci fu permesso di andare direttamente dall’Australia al Qatar. Quest’anno ce la siamo fatta un po’ sotto ad Ostrava, quando siamo usciti subito, ma se le Olimpiadi ci fossero state nel 2020 sarebbe stato peggio».

Da quest’anno lei è nell’Aeronautica militare: un’ottima base per poter continuare a fare sport ad alti livelli.

«Ho seguito Carambula, che fa parte dell’Aeronautica dal 2016. A inizio anno è uscito il bando, l’ho fatto e sono riuscito a entrare. Per chi non fa sport ricchi, far parte di un corpo militare è di grande aiuto. Economico, perché ti viene garantito uno stipendio, e umano, perché ho trovato tante persone pronte a mettere la loro esperienza al tuo servizio».

Ultima domanda: come sarà giocare senza pubblico?

«Sarà più difficile giocare. Giocare alle Olimpiadi davanti a una folla di gente entusiasta era un ulteriore brivido che avrei voluto provare».

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