Oftalmoplastica, la chirurgia per vederci meglio

Non solo per questioni estetiche, ma anche e soprattutto per motivi di salute si ricorre all’oftamoplastica, ossia la chirurgia delle palpebre. Per saperne di più ne parliamo con la dottoressa Chiara Paci, oculista dell’ospedale Morgagni Pierantoni di Forlì.

Dottoressa, che cos’è l’oftalmoplastica?

«L’Oftalmoplastica è una branca dell’oculistica che confina e spesso collabora con altre specialità mediche, quali la chirurgia plastica, la dermatologia, l’otorinolaringoiatria, la neurochirurgia e la chirurgia maxillo-facciale. Nello specifico, l’oftalmoplastica si occupa della chirurgia funzionale, ricostruttiva ed estetica del terzo superiore del volto (palpebre e zone adiacenti), della chirurgia delle vie lacrimali, dell’orbita e della cavità anoftalmica».

Quando si ricorre a questo tipo di intervento?

«In particolar modo, quando si presentano delle problematiche palpebrali. Le palpebre sono quelle strutture anatomiche che rivestono l’occhio e giocano un ruolo fondamentale per la sua salute, in quanto proteggono il globo oculare, contribuiscono alla secrezione del film lacrimale, permettono la sua distribuzione sulla superficie oculare e il deflusso verso la via lacrimale di drenaggio tramite l’ammiccamento. È pertanto fondamentale che le palpebre abbiano un’anatomia e una funzionalità ottimali per garantire la protezione della superficie oculare; capita spesso, infatti, che vengano a visita pazienti che lamentino disturbi aspecifici, quali discomfort oculare, lacrimazione o arrossamenti, conseguenti a una problematica palpebrale».

Quali sono le patologie principali che possono interessare la palpebra?

«Sono molte, ma tra le più frequenti troviamo la blefarite e il calazio. La blefarite è un’infiammazione del bordo palpebrale che si manifesta con bruciore, sensazione di corpo estraneo, lacrimazione e fotofobia. Il calazio, invece, è una cisti che si forma in seguito all’ostruzione e infiammazione di una ghiandola della palpebra e si manifesta con dolore, edema e arrossamento della stessa. In entrambi i casi l’oculista potrà consigliare una terapia adeguata in base alla gravità del singolo paziente, che si basa solitamente su un’accurata igiene palpebrale, su pomate o colliri a base di cortisone e antibiotici e lacrime artificiali. Nei casi più gravi, però, può essere necessaria una terapia sistemica con antibiotici. Il trattamento chirurgico del calazio è riservato a quei casi che non regrediscono nonostante la terapia medica. Si ricorre alla chirurgia specialmente quando si presentano delle malposizioni palpebrali. Si tratta di cambiamenti nella posizione corretta delle palpebre, sia superiori che inferiori, che incidono sulla normale estetica delle palpebre e in alcuni casi possono causare problemi visivi».

Quali le più frequenti?

«Certamente, l’ectropion che è caratterizzato dall’eversione del margine palpebrale con conseguente discostamento della palpebra dal bulbo oculare. Ciò determina l’eritema del margine palpebrale con irritazione, sensazione di corpo estraneo e lacrimazione. L’eziopatogenesi può essere differente: l’ectropion più frequente è quello involutivo o senile, dovuto “all’invecchiamento e rilassamento” dei tendini e dei muscoli che tengono in tensione la palpebra inferiore determinandone il rilassamento sotto l’azione della forza di gravità.

Altre forme di ectropion sono quelle cicatriziali, per esempio in seguito a un trauma o a una blefaroplastica troppo aggressiva per cui la cicatrice sulla cute “tira” ed everte la palpebra verso l’esterno; oppure l’ectropion paralitico in seguito a paralisi del nervo facciale. Una forma subdola di ectropion, che si manifesta durante il sonno, è la “floppy eyelid syndrome”, associata alla sindrome delle apnee notturne, patologia con un alto rischio cardiovascolare per cui è importante riconoscerla per consigliare al paziente altre indagini che potrebbero essere salvavita. Queste differenti forme di ectropion hanno diverse tecniche di correzione chirurgica in quanto sono differenti le cause che le determinano, pertanto è importante una visita con un oculista esperto in patologie palpebrali».

Ne esistono delle altre?

«L’entropion che è caratterizzata dalla rotazione verso l’interno del margine palpebrale con conseguente sfregamento delle ciglia sull’occhio e notevole fastidio per il paziente, con il rischio di formazione di ferite corneali. Anche in questo caso, l’eziopatogenesi è varia (esistono forme di entropion involutivo, cicatriziale, marginale oppure spastico) ed è fondamentale individuare la causa precisa per poter operare con un’adeguata tecnica chirurgica, mentre in alcuni casi, come per l’entropion marginale dovuto ad una blefarite particolarmente grave, può essere sufficiente anche solo una terapia medica. E infine, la blefaroptosi che consiste nell’abbassamento della palpebra superiore rispetto alla posizione normale, con conseguente copertura più o meno grave della pupilla. Ciò può determinare una riduzione del campo visivo con difficoltà in comuni attività quotidiane come la guida o un maggior rischio di cadute, oltre ovviamente ad un risvolto estetico».

Come si correggono queste malposizioni palpebrali chirurgicamente?

«Semplificando molto si possono dividere le ptosi (abbassamenti palpebrali) in due grandi gruppi. La ptosi involutiva in cui il muscolo elevatore della palpebra (il muscolo che ha la funzione di sollevare la palpebra superiore) si distacca dalla sua inserzione, per cui la palpebra si abbassa, ma ha ancora una buona mobilità, per cui è sufficiente “riagganciare” il muscolo nella sua posizione normale. E un secondo gruppo più raro di ptosi è quello in cui invece la funzionalità del muscolo è ridotta. In questo caso sarebbe inutile riagganciarlo in quanto è un muscolo deficiente, che non riesce a sollevare la palpebra e bisogna sfruttare il muscolo della fronte per poter riaprire l’occhio. Analogamente alla ptosi palpebrale, anche cambiamenti involutivi periorbitari quali la dermatocalasi (eccesso di pelle della palpebra superiore) e la ptosi del sopracciglio possono determinare una riduzione del campo visivo periferico che possono essere corretti rispettivamente mediante la blefaroplastica superiore e il riposizionamento del sopracciglio nella posizione originaria. In tal caso questi interventi hanno ovviamente anche una valenza estetica, ma possono essere eseguiti in ospedale solo nel caso in cui venga accertata una riduzione del campo visivo mediante l’esecuzione di tale esame».

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