Occhetto: «La svolta, atto d’amore. Ma a Rimini mancò generosità»

Rimini capolinea e palingenesi della storia della sinistra italiana. Da quella conferenza delle società operaie alla casa del Fascio nel 1872, che segnò la frattura tra anarchici e marxisti, allo scioglimento degli extraparlamentari di Lotta continua cento anni dopo, nel 1976. Fino naturalmente al fatidico 1991, quando il XX Congresso, nei padiglioni blu della vecchia fiera, sancì la fine del Partito comunista italiano e la nascita del Partito democratico della sinistra. Ripercorriamo quei passi con Achille Occhetto, ultimo segretario del Pci e primo del Pds.

Il 2021 segna due anniversari simbolicamente molto importanti: da un lato i 100 anni della nascita del Pci, il più importante Partito comunista d’Occidente, e dall’altro i 30 anni della sua morte, proprio al Congresso di Rimini tra il 31 gennaio e il 3 febbraio 1991. Settant’anni fondamentali, che hanno segnato la storia del nostro Paese e non solo, e di cui lei fu protagonista.

«Io ritengo che non si possa immaginare l’Italia così come la conosciamo oggi, con la sua democrazia e i suoi istituti democratici e di tutela del lavoro, senza il Partito comunista italiano. Per dirlo con una frase icastica: il Pci è stato un cardine della costruzione della democrazia italiana, e della difesa delle sue istituzioni democratiche, azione che si è espressa durante la Resistenza e nella guerra di Liberazione, ma poi soprattutto nella partecipazione alla nascita della nostra Costituzione. L’unico limite è stato nei rapporti internazionali: noi siamo stati diversi, come dico sempre, ma non innocenti rispetto a quelle tragedie e a quegli errori, ed è proprio per questo che è nato il
Pds e si sono sviluppate idee fondamentali per la svolta».

Qual era il progetto che avevate in mente nel passaggio tra Pci e Pds?

«Il Pds nasce con delle dichiarazioni programmatiche che pochi hanno letto perché ci si è persi nella discussione sul nome e sul simbolo. Ma sul piano culturale sono state molto importanti: una piattaforma programmatica innovativa che poneva come tema centrale la questione ambientale come critica al sistema capitalista, riscriveva in modo originale il rapporto tra pubblico e privato, tra società civile e politica, nel passaggio dall’alternativa all’alternanza e nelle conseguenti riforme istituzionali che garantivano un percorso netto. Collocammo nel campo della sinistra europea il nostro campo d’azione, tant’è che io divenni cofondatore del Partito socialista europeo. Dopo non si è inventato più niente».

Come eravate arrivati a questa scelta?

«Era una consapevolezza acquisita nel corso di anni e giunta a risoluzione con la caduta del muro di Berlino. Ma non rinnegammo il legame col passato: non è un caso che a Rimini ponemmo nel nuovo simbolo, significativamente, quello del Pci, senza infingimenti e senza abiure, a significare da dove venivano. Nello stesso tempo segnalavamo che il termine sinistra è universale e contiene tutte le altre definizioni, quindi Partito democratico, sì, ma di sinistra. Oggi, dopo 30 anni, dico: ridateci la parola sinistra».

Cosa ricorda di più di quei giorni riminesi?

«Quello di Rimini è stato un momento molto importante perché c’è stata una scissione, ma la cosa che ricordo in particolare – soprattutto rispetto al precedente congresso di Bologna che era tutto rivolto in avanti, entusiasmante, dove veniva lanciata per la prima volta la svolta – è che quel congresso riminese fece apparire il male oscuro della sinistra italiana, ci si organizzò perché mancasse il quorum per l’elezione del segretario, e non si capì – come si deve capire nei momenti eccezionali – che era necessaria quella tensione, quella generosità che invece è mancata».

Ritiene quindi che il mancato quorum per la sua elezione fosse una cosa pilotata?

«Fu una prova, in parte dovuta a fatti tecnici (molti delegati erano già partiti) e in parte anche pilotata. Però noi fondammo quel partito non perché rimanesse chiuso in se stesso: l’obiettivo dichiarato era di aprirsi a una costituente delle idee che desse vita a una nuova formazione politica tra componenti laiche e cattoliche del riformismo che non si è compiutamente realizzata».

Ci sono stati altri momenti nella storia della sinistra italiana in cui questo obiettivo è stato tentato, ad esempio con la nascita dell’Ulivo?

«Sicuramente l’Ulivo si muoveva in questa direzione, rappresentava una tappa verso quel processo che avrebbe dovuto portare a una costituente per un nuovo partito riformista. Anche il Pd contiene in sé il nucleo centrale di questa idea, non hanno inventato niente, ma invece di rappresentare una contaminazione attraverso una costituente delle idee è stata una fusione a freddo di apparati che poi ha determinato altre scissioni a freddo di apparati».

Ezio Mauro dice che la dannazione della sinistra è nell’atto fondativo, dalla scissione di Livorno del 1921 a oggi. È d’accordo?

«Questa domanda richiederebbe un discorso un po’ più ampio: non c’è dubbio che nella nostra storia gli elementi di scissione sono stati gravi. Ma, sopratutto, a Livorno si discuteva del futuro della rivoluzione mondiale mentre sotto stava avanzando la più grande reazione mondiale mai vista, quella fascista prima e nazista poi, e da lì, dagli elementi distorti di quell’esperienza, viene un monito. Lo stesso Gramsci ebbe a dire: “Fummo parte della disgregazione della società italiana”».

Vede una correlazione tra Congresso di Livorno e nascita del fascismo?

«No, gli agrari e il re hanno aperto la strada al fascismo perché avevano avuto paura delle azioni del grande Partito socialista italiano. Il re soprattutto ha avuto un grande torto storico: se si fosse opposto in quel momento la reazione sarebbe stata sbaragliata nel giro di 24 ore».

Il paradosso del Pci è che in fondo ha agito come diceva Turati: un Comune oggi, una coop domani… soprattutto in Emilia-Romagna.

«Dopo il ’45, e dopo averlo combattuto, il Pci eredita quello che il riformismo italiano aveva costruito, soprattutto in regioni come l’Emilia-Romagna. Qualcosa che era stato fondato prima del fascismo: le case del popolo, il mutuo soccorso, le cooperative… era stato tutto costruito dai socialisti. Credo che il grande merito del Pci sia stato averne fatto il nerbo della sua trasformazione da partito leninista a partito riformatore di tipo socialista».

Oggi è cambiata la sinistra o sono cambiati gli elettori? C’è stato un cambiamento ontologico del proletariato, che non si riconosce nemmeno più in questa definizione: forse la sinistra non è stata capace di cogliere questo cambiamento?

«Il problema centrale è che è cambiato l’orizzonte economico, sociale e geopolitico del Novecento. Con la caduta del muro bisognava capire che da quel momento cambiava tutto e bisognava inverare quelle che erano state le motivazioni alla giustizia sociale dentro un mondo completamente diverso. Oggi non ci troviamo più di fronte alla stessa fabbrica, allo stesso quartiere… pensiamo solo al lavoro a distanza, al telelavoro. All’origine del movimento operaio la fabbrica era al centro del mondo del lavoro, adesso c’è uno sfaldamento, una polverizzazione. Naturalmente rimane il problema di combattere l’ingiustizia ma il terreno è completamente diverso».

Il lavoro però resta il tema centrale della Sinistra, oggi come allora.

«Il lavoro è e deve rimanere centrale, soprattutto la dignità sociale del lavoro. C’è il problema del riscatto: pensiamo agli invisibili di oggi. Non sono il vecchio sottoproletariato improduttivo, ma producono, fanno crescere il Pil anche se continuano a rimanere invisibili. Nel mio libro Una forma di futuro edito da Marislio scrivo che Aboubakar (Aboubakar Soumahoro, sindacalista dei braccianti, ndr) è il Di Vittorio dei nostri giorni».

Ha mai avuto ripensamenti o pentimenti dopo la fine del Pci? O riconsidera con orgoglio quei momenti?

«Ne sono orgoglioso. Io credo che la svolta sia stata un grande atto d’amore verso il Partito comunista italiano: tutti gli altri partiti comunisti europei sono spariti nel ridicolo e nella negligenza. Se in Italia il Pci è ricordato è perché ha degli eredi ancora in piedi e siamo noi».

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