Nuovo libro sugli scritti di Pedretti a cura di Tiziana Mattioli

«Nel faticoso bagaglio di un poeta, la poesia si fa sempre strada e esplode inaspettata e furiosa (…) anche in una tesi di laurea».

Un incipit, nel testo critico della curatrice, che introduce lo straordinario valore del volume fresco di stampa Prospettive critiche sulla poesia e musica negra d’America di Nino Pedretti a cura di Tiziana Mattioli (Raffaelli Editore), ricercatrice e docente di Letteratura italiana e Critica dantesca all’Università di Urbino, che viene presentato stasera alle 21 alla Biblioteca Baldini di Santarcangelo, presenti la curatrice, il filologo e critico letterario Massimo Raffaeli e la giornalista Rita Giannini.

Mattioli, la pubblicazione contiene l’inedita tesi di laurea di Giovanni (Nino) Pedretti, dall’omonimo titolo, il suo testo critico e quello di Massimo Raffaeli, nonché un’ampia cronologia curata da Rita Giannini. Perché questa tesi suscita tanto interesse?

«Ci sono molti amici che, nel tempo, hanno condiviso con me questo interesse, ma qui, per questo lungo e non semplice lavoro, non posso non ricordare Massimo Raffaeli, Rita Giannini, Walter Raffaelli. Senza di loro, mi sarei persa per strada. Poi, certo, per molti autori, e anche per Pedretti (nonostante alcuni esercizi poetici della prima giovinezza), la tesi di laurea equivale a una opera prima, quasi una nascita, un incunabolo di quello che quindi accadrà come fatto artistico. Ma più che una ragione filologica o filogenetica è la scelta tematica, e la modalità d’affrontarla, che fa di questo lavoro una scoperta, e il nutrimento profondo di una poesia, come quella di Pedretti, che mi piace definire dal pugno chiuso, un atto di protesta personale, sociale e politica che trova le sue ragioni nelle ragioni profonde dell’umano, nella disperata lotta contro il dolore, la sopraffazione, la miseria, l’emarginazione di una razza che ha spezzato le catene della schiavitù anche attraverso il canto, per affermazione della propria anima».

Per Pedretti, dall’altra parte del nostro mondo, insomma, era accaduto qualcosa di molto simile?

«Sì, simile alle nude e crude condizioni delle nostre campagne, devastate dalla guerra e dalla fame, da intollerabili condizioni di sottomissione. Tutti pensieri che solcano questo vasto territorio di nascente poesia con spaccature a maglie profonde, come quelle di un greto argilloso al sole.

Per la ricerca di Pedretti, sappiamo che le fonti erano veramente esigue, a causa delle proibizioni fasciste relative all’arte dei negri e dei giudei, considerate degenerate. Risultò quindi un compito non facile, e un lavoro di gran lunga innovativo questa indagine. Pedretti parla dell’arte negra come di «una bellissima città dissepolta». Cosa vuole raccontarci?

«Penso voglia dirci, specialmente, che la parola poetica porta con sé molte risonanze: piccoli squilli, suoni che vengono da una lontananza difficile da individuare. Una lontananza legata alle origini ancestrali dell’essere, e nello stesso tempo legata a una lontananza interiore, a un mondo archetipico. Quell’origine che ci plasma, e che abbiamo dimenticato come fosse il residuo di una civiltà perduta».

Verrebbe forse da dire che la poesia per Pedretti è quasi speleologia?

«Certo, è un’operazione di scavo in regioni “remote e barbare”: al di là del colore della pelle. È questo alzarsi in piedi dell’uomo, per gridare al cielo. Anche questa tesi di laurea è un grido, ed è insieme una disponibilità di ascolto che, a differenza dell’unica antologia che la precede, quella di Leone Piccioni, pubblicata nel 1947, reintegra e tiene in grande considerazione (come zona incontaminata, ovvero lontana dalla pronuncia dei poeti bianchi) i canti del lavoro e le ninne nanne infantili, cioè gli aspetti decisivi della giornata del negro nelle piantagioni. Da una parte il lavoro, che era solo oppressione e sfruttamento, sino alla morte, e dall’altra quel poco di dolcezza che potevano riservare la casa, la famiglia, la nascita di un figlio, pur sapendolo destinato alla schiavitù».

Lei fa continuativamente riferimento nel suo testo critico all’essere poeta di Pedretti, che si rivela anche nella tesi di laurea «accesa di luci stellari che esplodono improvvise», come eco di ciò che aveva sperimentato in lingua e che sarebbe maturato più avanti in dialetto. Scrive: «La tesi è paradigma di tutta la sua ricerca poetica». Perché?

«Ho avuto il privilegio di lavorare per lungo tempo nell’Archivio Pedretti custodito a Santarcangelo, alla Biblioteca Baldini, e anche su materiali ancora appartenenti alle famiglie. La mia ricerca era appunto centrata sugli inediti di poesia in italiano, datati dai primi anni Cinquanta sino alla fine dei Sessanta. Quando, una decina d’anni fa, Giaele Pedretti – che ancora qui ringrazio – mi mise tra le mani l’inedita tesi di Nino, sin dalla prima lettura mi sono resa conto di una sorta di migrazione di espressioni, di frasi, di singole parole, che dalla poesia passavano alla tesi, o viceversa, e che insomma era impossibile per Nino ragionare di poesia senza sentirvi inclusa la totalità del suo essere. Dentro il tono ribassato della prosa, si alzano davvero improvvise, esaltanti, le illuminazioni della poesia, e queste tante, vibranti note linguistiche quasi di blues o di jazz che scaldano il cuore del lettore. Bisognerebbe ripetere qui, per tale urgenza incontenibile di canto, e con Carlo Bo, che Pedretti era veramente “un poeta per necessità”. Il ritmo della sua poesia era lo stesso battere e levare del suo respiro. Non possiamo però non aggiungere che la pubblicazione di questa tesi di laurea va ben oltre la scrittura d’autore, perché apre nuovi percorsi di indagine sia all’interno della miracolosa congiuntura di poesia santarcangiolese, nel secondo dopoguerra, sia rispetto alla couche urbinate: quel luogo dove Pedretti si è formato, e dove questo sguardo verso la poesia negro-americana non è stato semplicemente precoce, ma in larga misura decisivo, pur essendo, sin qui, passato sotto traccia. Proprio come ha scritto allora Pedretti, davvero si tratta, per questa ricerca, di “nuove prospettive critiche”. Prospettive che abbiamo avuto il privilegio di intuire, e di amare».

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