“Nuove voci dal cuore della Romagna al museo di Rimini

Poesia è donna, e prosegue al Museo della Città il ciclo di incontri Donne in dialetto. Lingua madre e poete di Romagna, a cura di Fabio Bruschi per “Lingue di confine”.

La serie di iniziative di valorizzazione del dialetto, promosse dal Comune di Rimini a partire dal 2014, quest’anno vuole offrire uno sguardo a 360 gradi sulla ricca produzione poetica femminile in dialetto del territorio riminese e non solo.

Giovedì 15 dicembre (ore 17, ingresso libero) è in programma perciò l’incontro dal titolo Nuove voci dal cuore della Romagna.

Giuseppe Bellosi dialogherà con Agnese Fabbri, poeta di Villanova di Bagnacavallo, autrice all’esordio con la raccolta “Stagioni” (Internolibri editore). Annalisa Teodorani presenterà e leggerà la poesia della meldolese Laura Turci.

«Il dialetto – dice Agnese Fabbri (1982) – non è la mia madre lingua, ma quella che ho ascoltato da sempre in paese, in famiglia. Fin dalle età di sedici anni ho scritto poesie in italiano. Sentire di voler dire qualcosa in dialetto è stato del tutto spontaneo, naturale, come un tentativo di uscire da me stessa».

A confronto con quali autori e esperienze poetiche?

«Ho letto e amato i grandi poeti romagnoli, come Pedretti, Baldini, Bellosi, ma li sentivo diversi come modo di scrivere, appartenendo io ad un altro mondo, a un’altra generazione».

Giuseppe Bellosi, nella prefazione alla sua raccolta, ha scritto che la sua voce narrante ha scoperto di potersi allargare a una dimensione più ampia, a essere lingua «delle morte stagioni, di ciò che è scomparso». Si legge nei suoi versi: «ritrovare con forza / le cose perse del mattino». Cosa significa questo per lei?

«Ho cercato di togliere quanto più il dato biografico e trasformarlo non in un diario, una cronologia delle mie stagioni, ma come una narrazione del vissuto, delle “morte stagioni” della vita».

Bellosi, il dialetto, lei ha sottolineato, è lingua madre, ma anche voce del contemporaneo. Si può considerare sempre più voce d’espressione poetica delle donne, dei giovani?

«Il dialetto romagnolo ha avuto un curioso destino. Dal momento in cui è stato accantonato come lingua madre (cioè da quando i genitori dialettofoni hanno smesso di trasmetterlo ai figli) ha goduto di una fortuna letteraria inaspettata, dagli anni Settanta fino a oggi. Negli ultimi anni poi sono apparse molte voci femminili: Annalisa Teodorani, Germana Borgini, Lidiana Fabbri, Marcella Gasperoni, Laura Turci e Agnese Fabbri. Alcune di queste possiedono ancora il dialetto come lingua madre, altre, le più giovani, il dialetto non lo hanno mai parlato abitualmente, ma l’hanno assorbito ascoltandolo in famiglia o in paese e ne hanno fatto una lingua poetica non più della quotidianità, ma del ricordo, una lingua mentale. Bisognerebbe studiare più a fondo queste voci di donne per capire se esiste una modalità femminile nell’uso letterario del dialetto».

Perché ha scritto che la poesia di Agnese Fabbri è «lingua narrante delle stagioni. Di ciò che è scomparso»?

«Per Agnese Fabbri il dialetto è la lingua familiare che di tanto in tanto le risuona dentro, come se lo sentisse parlare da chi non c’è più, una lingua delle “morte stagioni”, che attraverso di essa rivivono. Scrive Agnese nella poesia, in italiano, che apre la sezione Inverno: “Tornando a casa / mi guardo e so sempre / che il tempo del dialetto / non è mai finito. Eppure, è già / lontano”».

Rimini, Museo della città Tonini, Sala del Giudizio

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