Nove Colli, fascino e seduzione di una gran fondo

La Nove Colli del 2018

Cosa sarà? Ricordate la canzone della coppia Dalla-De Gregori? Loro la bicicletta la lasciavano sul muro e camminavano con un amico “a parlar del futuro”. Quelli della Nove Colli la bici la usano sui “muri”, cioè sulle ripide rampe delle salite della gran fondo più affollata. Già, ma cosa sarà ogni anno a muovere 12mila persone lungo i 200 e passa chilometri del percorso?
Di Nove Colli ne ho fatte 6 o 7. Non ricordo bene il numero perché è ormai da 30 anni che mi confronto con il mito dei cicloamatori. La prima volta del “lungo” era il 1990. Prima di allora, da ragazzino, avevo subito il suo fascino quasi in modo rassegnato. Quando vedevo i manifesti del “Brevetto Appenninico” attaccati lungo il percorso sognavo ma non immaginavo di poter andare oltre la mia piccola Liegi-Bastogne-Liegi di fine giornata (Savignano-Sogliano-Savignano). La salita della Ciocca era la mia Redoute e la facevo in sella a una Legnano, con quattro soli rapporti e il manubrio stretto che si usava una volta.
La prova
Col passare degli anni arrivò finalmente una bella bici da corsa e quando sogni in maniera molto intensa… qualcosa può succedere. Così un bel giorno decisi di provare la 130 km. Era il 1989. Mi ero regalato una Vicini bianca e blu tutta nuova, con tanto di fermapiedi ai pedali e dieci rapporti da poter utilizzare con un 42×24 per le pendenze più dure. Sul ripidissimo Barbotto (ultima salita della 130) bisognava però spingere di potenza perché quel rapporto non era poi così leggero e le gambe si imballavano. L’ultimo chilometro di asfalto era bagnato dal sudore dei ciclisti. E c’era chi si piantava in mezzo al tornante, preso troppo stretto, e cascava giù di lato.
L’anno dopo mi sentii abbastanza grande per realizzare il mio sogno e puntai al percorso lungo. Non avevo tanti chilometri nelle gambe ma in salita ero aiutato dalla mia leggerezza (di allora…). Sul tratto finale da Savignano a Cesenatico mi soccorse un signore sulla cinquantina, impietosito dalla mia giovane età, che mi fece coraggio (e mi offrì la scia della sua bici) perché avevo finito le energie e non riuscivo quasi a far girare le gambe. Arrivai alle 15.49 sul porto canale di Cesenatico, come testimonia la foto scattata sotto il tabellone d’arrivo accanto al mio salvatore. Giunto a casa feci appena a tempo a fare una doccia perché sprofondai in un lungo ininterrotto sonno fino alla mattina dopo.
Pioggia e freddo
Da allora non sono mai riuscito ad affrancarmi dal fascino di questa corsa. Ho praticato tanti sport ma ogni tanto il “vizietto” ritorna. Venditti direbbe che “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”… E ogni volta sono ricordi bellissimi.
L’anno della pioggia mi resi conto che il problema più grosso non era pedalare bagnati dai capelli ai piedi ma scendere da Pieve di Rivoschio senza farsi male. La prima curva secca a destra dovetti fare l’equilibrista per evitare tre-quattro ciclisti scivolati sull’asfalto. Lungo la discesa sentii il botto di altri tre o quattro schianti (fortunatamente nulla di gravissimo, seppi dopo…).
L’anno del freddo non presi acqua ma mi fecero compagnia i brividi e la crisi di fame. Sulla settima salita, a Madonna di Pugliano, mangiai per un quarto d’ora di fila perché avevo bruciato tutto il bruciabile. Sullo sfondo c’era la Carpegna con la neve.
Sole e caldo
L’anno dopo fu quello del caldo. Partii con un caro amico che condivise con me la sofferenza della mia foratura al km 1. Ripartimmo con l’ambulanza di fine corsa dietro le nostre ruote ma riuscimmo a rientrare nel gruppo. A Perticara ci accolsero decine di persone ad applaudirci perché le nostre ragazze, convinte di stare assieme a due grandi ciclisti, ci aspettavano da tre ore («Osta, ma vanno così forte i vostri ragazzi?») e avevano coinvolto nell’attesa gli addetti al rifornimento e qualche abitante del posto che ormai favoleggiavano di noi che ci eravamo fermati a Cesenatico con due tedesche. Memore della crisi di fame dell’anno precedente, consigliai al mio amico di mangiare tantissimo (a Perticara ci facemmo anche un piatto di tagliatelle ma ogni ristoro era occasione per rifocillarsi). Così all’arrivo di Cesenatico eravamo ingrassati di un paio di chili e la lingua era bruciata dai sali minerali.
Chilometri e chilometri, curve, dossi, buche, alberi, toppe, fontanelle, cespugli, roseti. Tutto scorre nella memoria. Ricordo i tratti di strada bianca fra Montetiffi e Perticara (poi asfaltati) dove non bisognava alzarsi sui pedali per non perdere aderenza sulla ruota posteriore. Ricordo crampi ai polpacci e fette di limone in bocca da succhiare: meglio il rapporto duro o agile? Vedo scorrere facce sudate di toscani, siciliani, tedeschi che si fermano a fotografare la Valmarecchia con i quali ho condiviso salite e discese, in compagnia per tanti chilometri per sentire meno la fatica. Ricordo una Nove Colli saltata all’alba di molti anni fa (salutando a malincuore sotto casa l’amico col quale mi ero preparato) perché mi si era bloccata la schiena. Ricordo un bambino su un’afosa salita di Gorolo armato di tubo di gomma pronto a “sparare” acqua a chi faceva un cenno con la testa: sì… grazie!!! Ricordo l’ultima Nove Colli, l’anno scorso, fatta con poco allenamento, con gli amici ad aspettarmi in cima a ogni salita.
Cosa sarà?
Già, cosa sarà che ci spinge verso questa prova? Da ragazzino sognavo di essere grande e di poter fare la mia impresa. Forse ora che sono grande, e quasi vecchio, sogno di tornare ragazzino. Mi piace però pensare che io e gli altri della grande famiglia del pedale torniamo sui Nove Colli perché niente come il ciclismo fa parlare il nostro corpo con la natura e il paesaggio che ci circonda e al tempo stesso ci permette di stare in compagnia e stringere nuove amicizie. Gli occhi si riempiono di meraviglia davanti a San Leo o ai calanchi di Pieve di Rivoschio in uno scorrere continuo di immagini. Il naso fiuta gli odori della primavera: degli sfalci d’erba o delle fioriture. La pelle assaggia il tepore dei raggi del sole dopo la pioggia o dopo una discesa e sente le vibrazioni del nostro battito cardiaco. Le orecchie si riempiono dei cinguettii degli uccellini, del movimento delle ramaglie mosse dal vento e del nostro fiato affannoso. Lo stomaco ci ringrazia quando mangiamo prima di andare in crisi di fame. E persino i muscoli, tornati a casa dopo la grande fatica, sembrano parlarti e dirti che ti sei “purificato”. Ma andare in bici regala molto di più. E in fondo, su un percorso così lungo, ci facciamo una scorpacciata di tante belle cose.

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