Novara racconta Ricci sull’Orient Express

RAVENNA. Corrado Ricci e l’Orient-Express: come immaginare l’incontro fra un uomo di cultura che ha segnato la storia di Ravenna e dell’Italia con un autentico mito che abita la fantasia di molti, grazie anche alla letteratura e al cinema? La studiosa ravennate Paola Novara ha ricostruito la storia di questa incontro, e l’ha raccontata nel saggio “Corrado Ricci sull’Orient-Express”, apparso negli “Annali Romagna” della rivista Libro aperto.

«Della permanenza sul celebre treno – riporta Novara – Ricci conservò il menù e il dettagliato orario»: un resoconto piuttosto scarno per un viaggio che rimane nell’immaginario di molti.

Corrado Ricci salì sull’Orient-Express a Vienna, tappa intermedia del percorso da Parigi a Costantinopoli, il 26 aprile 1889, e fece ritorno in Italia il 16 o il 17 maggio dello stesso anno. Un viaggio, quello a Costantinopoli, che ha segnato profondamente la formazione e le future inclinazioni del giovane studioso. All’epoca, infatti, Corrado Ricci aveva trentun anni e fu probabilmente proprio questa esperienza a influenzare i suoi studi su Ravenna e l’archeologia bizantina.

Paola Novara riferisce che «il giovane studioso non realizzò un diario di viaggio, ma la cronaca di quella esperienza può essere ricostruita attraverso la documentazione conservata meticolosamente e giunta a noi grazie al lascito che Ricci fece del suo materiale di studio a favore della Biblioteca Classense di Ravenna».

Emerge dagli appunti di Ricci come la sua attenzione fosse già focalizzata sul patrimonio ravennate, in particolare bizantino, e come il suo sguardo fosse alla ricerca di similitudini e analogie; come quando descrive «la piccola Santa Sofia», ovvero la chiesa dei santi Sergio e Bacco: «Di fronte all’abside, sul gineceo, è una cantoria o nicchia con tre archi come in San Vitale a Ravenna».

Chi era

Corrado Ricci era nato a Ravenna nel 1858, figlio dello scenografo e fotografo Luigi. Agli studi classici affiancò da subito quelli artistici all’Accademia di belle arti di Ravenna, laureandosi poi in Giurisprudenza a Bologna ma con un profondo interesse per gli studi letterari e artistici. Negli anni bolognesi fu allievo e amico di Giosuè Carducci e di Olindo Guerrini, e di molti intellettuali e letterati dell’epoca. Diresse la Galleria nazionale di Parma, Brera, le gallerie di Bergamo, Firenze e Roma; fu al Museo del Bargello e alle quadrerie di San Gimignano e Volterra.

Corrado Ricci si distinse per la carica innovativa del suo operato, che diede vita a un nuovo modo di concepire la ricerca e la tutela del patrimonio artistico. Primo soprintendente di Ravenna, a partire dal 1898, non diede solamente forte impulso alla ricerca archeologica, ma affermò la rilevanza di una nuova metodologia: gli scavi archeologici passarono infatti da competenza del Genio civile a essere affidati a studiosi esperti. Sotto la sua direzione furono effettuati i restauri della Basilica di San Vitale, del Mausoleo di Galla Placidia, del Palazzo di Teodorico e della Basilica di Sant’Apollinare in Classe.

Nel 1906 Corrado Ricci fu nominato direttore generale del ministero della Pubblica istruzione e presidente dell’Istituto di archeologia e storia dell’arte di Roma. Si deve a lui la legge n. 364, approvata dal Parlamento nel 1909, che dava un nuovo e definitivo assetto istituzionale alle antichità e belle arti e disciplinava per la prima volta il patrimonio artistico, archeologico e storico. Fra i principi sanciti dalla nuova normativa, l’inalienabilità del patrimonio artistico pubblico, l’obbligo di tutela e l’obbligo, per i beni privati, di autorizzazione ministeriale di ogni intervento.

Nel 1923 fu nominato senatore del Regno. Tra i firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti”, morì a Roma nel 1934.

«Grazie a lui e alle persone che hanno creduto in lui – conclude Novara – si è impostata la legislazione sui beni culturali impiegata per quasi tutto il secolo scorso».

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