Nina Zilli e il suo “Schiacciacuore” dedicato a Madre Natura

RIMINI. Il 5 giugno, Giornata mondiale dell’ambiente, è uscito “Schiacciacuore”, il nuovo singolo di Nina Zilli con Nitro dedicato a Madre Natura, che mette in scena un non-luogo animato in cui vengono rappresentati micromondi surreali e onirici attraverso immagini colorate e folli ambientazioni che descrivono il dualismo tra uomo e natura, un legame stretto e imprescindibile, ma anche complicato e burrascoso.
Scritto durante il lockdown, il singolo anticipa un nuovo progetto e segna il grande ritorno della cantautrice piacentina che, con l’energia e la forte personalità che la contraddistinguono, racconta il mondo che la circonda, lasciando tra le righe un messaggio importante. Oltre a essere infatti una canzone d’amore, è la metafora di una riflessione più profonda sulla relazione tra uomo e pianeta Terra. È la presa di coscienza di chi si rende conto di aver commesso degli errori in una relazione, così come nel nostro vivere, su un pianeta che chiede il nostro aiuto. Ne abbiamo parlato con Nina Zilli, una delle interpreti più raffinate ed eclettiche della musica italiana.
Nina, come è nato il suo nuovo singolo “Schiacciacuore”?
«Esattamente come tutte le mie canzoni. Mi trovavo al pianoforte, avevo una melodia in testa e le parole sono uscite da sole. È un flusso di coscienza dell’ultimo anno vissuto. È dedicato a Madre Natura che io definisco “in tuta da ginnastica”, cioè rilassata, che non ha nulla da temere in quanto comanda».
Ci spiega per quali motivi ha deciso di chiamarlo proprio così?
«Tutto è partito da una poesia che mi aveva schiacciato il cuore. Può essere visto come un gesto, un modo di essere; rappresenta quello che di fatto stiamo facendo alla Terra; anziché rispettarla in quanto ospiti, la stiamo maltrattando. Le stiamo schiacciando il cuore, le stiamo facendo del male. È una canzone d’amore. Quella tra l’uomo e la natura dovrebbe essere la relazione più profonda esistente».
In questa canzone emerge il forte legame tra uomo e natura, che tipo di relazione è?
«È un rapporto di odi et amo. Noi esseri umani siamo molto spesso ospiti non curanti, egoisti. Abbiamo il diritto e il dovere di lasciare un mondo migliore alle generazioni future, un mondo eco sostenibile che rispetti l’ambiente in cui viviamo, perché se soffre lui, soffriremo anche noi: siamo parte di un equilibrio fragilissimo, il coronavirus ce lo ha dimostrato più che mai».
Questa canzone è stata scritta poco prima che scattasse il lockdown, lei come ha vissuto questo periodo di “arresto” dalla frenesia di tutti i giorni?
«Se da una parte c’erano l’ansia, lo spavento e la certezza dell’incertezza, dall’altra c’era il recupero del tempo per noi stessi. Posso dire che io ero già un po’ in quarantena perché stavo già scrivendo il nuovo album e mi spostavo solo tra la casa e lo studio. Stare ferma in casa non mi è pesato a livello psicologico; quello che però mi dispiace è che il tour per festeggiare 10 anni di carriera è stato annullato ma spero si torni al più presto alla normalità».
Lei è di Piacenza, una delle città che in Italia è stata tra le più colpite dal Covid-19: c’è un’immagine di quest’emergenza sanitaria mondiale, positiva o negativa, che le rimarrà impressa?
«Le immagini sono tantissime, a cominciare dai grandi convogli militari che portavano via i corpi delle vittime che passavano attraversando la città di Bergamo. Ho visto recentemente una foto che immortalava brandine lungo i corridoi degli ospedali alla fine della prima guerra mondiale ed è la stessa immagine per molti luoghi sanitari in piena emergenza Covid-19. Mi auguro che quello che abbiamo passato non venga dimenticato perché senza passato non ci può essere la storia e senza la storia non ci potrà mai essere un futuro».
Lei e la musica, un tutt’uno: ma com’è il vostro rapporto? Quando è nato?
«Ero piccolissima, avevo circa 5 anni e già volevo cantare. Ricordo che ero ipnotizzata dal Festival di Sanremo e dicevo con mia madre che da grande sarei andata lì e non mi sono sbagliata. Ho iniziato a suonare a 8 anni».
Il grande pubblico l’ha cominciata a notare con “50mila”, singolo che è stato inserito come colonna sonora del film “Mine vaganti”; cosa le ha lasciato quell’esperienza?
«Prima è uscito in radio, poi un amico di Özpetek l’ha sentita mentre Ferzan girava a Lecce, gli ha riferito di aver trovato la colonna sonora giusta e così è stato. Devo dire infinitamente grazie al regista».
Nel 2010 ha partecipato al Festival di Sanremo con “L’uomo che amava le donne” che ha conquistato il podio classificandosi al terzo posto, oltre che vincere molti altri premi. Questa canzone parla d’amore, ma cos’è davvero l’amore per lei?
«È il motore dell’esistenza di ognuno, non si può vivere senza. Amore per la propria madre, il proprio cane, per il proprio compagno, in generale per la vita».
Nel 2012 ha portato invece “Per sempre”: ma esiste il per sempre?
«È il grande quesito della canzone. Non esiste il “mai” ma credo esista il “per sempre”. Anche un solo attimo è un per sempre. Ho visto molti per sempre. Io ci credo molto».
“Sola”, la canzone che ha portato al festival della canzone italiana nel 2015, è un testo che parla di solitudine, del ricordo e del tornare a voler essere felici, ma nel suo mondo, quello dello spettacolo – con tutti i suoi pro e i suoi contro – qual è il significato della parola «insieme»?
«Sia che si tratti di un cantautore sia di una band, non si è mai da soli. Sia che si vinca sia che si perda, artisticamente parlando, a vincere è la squadra che è intorno a te».
Nel 2018 ha portato a Sanremo “Senza appartenere”, una canzone che è un inno alla bellezza dell’essere donna a 360 gradi. Parla infatti della grande forza e luce delle resilienza che viene da dentro. Essere donna è difficile per lei?
«Assolutamente sì. Siamo ancora un pochino indietro rispetto all’uomo ma sono stati fatti passi da gigante rispetto a un tempo. Mi auguro è che la situazione migliori sempre di più per noi donne».

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