Da San Marino alle Olimpiadi di tennistavolo, ma discriminata perché “sono una ragazza”

SAN MARINO. «Mi ha fatto arrabbiare, mi ha ferito. Il rifiuto di fare squadra con me perché sono una ragazza mi ha turbato profondamente». Chiara Morri ha 16 anni e da quando ne ha 8 gioca a table tennis. Allenamento dopo allenamento è arrivata a disputare le Olimpiadi giovanili in Argentina, a Buenos Aires, dove ha giocato lo scorso ottobre, rappresentando la nazione sammarinese. Proprio qui, però, Chiara ha vissuto un episodio spiacevole, uno di quelli che «ti fanno riflettere», come ha commentato lei. Secondo il sorteggio per la costituzione delle squadre che si sarebbero battute nella specialità di “doppio misto”, che prevede che a confrontarsi siano due team composti da un ragazzo e una ragazza, insieme a Chiara avrebbe dovuto giocare un ragazzo iraniano. Una “combinazione del destino” che il ragazzo musulmano non ha però gradito, tanto da rifiutarsi di fare squadra con Chiara, poiché donna occidentale, che avrebbe quindi giocato in pantaloncini e maglietta a maniche corte. Un diniego che nemmeno l’insistenza degli organizzatori delle Olimpiadi giovanili sono riusciti a convertire in un “sì”, rischiando di compromettere la possibilità per Chiara di giocare quella partita. E se alla fine il match è stato salvato da un ragazzo argentino sceso in campo al fianco di Chiara, la ferita nell’animo della giovane sammarinese è ancora aperta e ben più ardua da sanare.

Chiara, come si è sentita quando ha appreso del rifiuto del ragazzo iraniano di giocare al suo fianco?

«Non mi sarei mai immaginata che accadesse una cosa del genere. Chi gioca sa quali sono le regole, e che le squadre sarebbero state miste era chiaro fin dall’inizio. Probabilmente il suo “no” era legato al fatto che oltre ad essere donna, avrei giocato in pantaloncini e maglietta, una cosa evidentemente proprio inaccettabile per la cultura di appartenenza del ragazzo, che è musulmano. Dopo lo stupore iniziale, mi sono sentita ferita, discriminata proprio perché donna, una cosa che qui in Europa, a San Marino o in Italia non succede. Mi hanno trattato come loro trattano le donne dei loro Paesi e della loro religione, anche se io appartengo a una cultura diversa e ho più diritti, per fortuna. Quindi poi mi è salita un gran rabbia, perché mi stavano escludendo e si stavano disinteressando di me, che per colpa loro avrei potuto non giocare quella partita pur essendo venuta dall’Italia in Argentina. Questo, però, mi ha portato anche pensare a quanto possano sentirsi male, quanto sia duro, per le “loro” donne».

Le è capitato di vivere o di assistere anche ad altri episodi di discriminazione?

«Sì, lo scorso giugno in Spagna l’allenatore della squadra libanese si è rifiutato di stringermi la mano al termine della partita. Io mi stavo avvicinando e avevo visto che scuoteva la testa, poi ha ritratto la mano, così anche io ho ritirato la mia. Mi hanno poi spiegato che non poteva stringermi la mano perché sono una donna. Provare la discriminazione sulla propria pelle è una brutta sensazione. Come lo è guardare le atlete dei Paesi musulmani che corrono sotto al sole cocente vestite da capo a piedi. Si vede che stanno male, che muoiono dal caldo sotto a tutti quei vestiti. E io a guardarle soffro per loro. Mi piacerebbe in futuro poter dare il mio contributo per affermare la parità dei sessi. Molte donne sono morte per avere questi diritti eppure tante altre, ancora oggi, vivono situazioni del genere».

Il fatto è successo in ottobre, eppure è emerso solo ora. Ci sono delle ragioni precise?

«L’ho raccontato io alla cena del Panathlon club di venerdì sera, dopo che mi è stato chiesto come avevo vissuto questa esperienza. Al tempo non ne avevamo dato risalto perché gli organizzatori delle Olimpiadi erano comunque riusciti a trovare una soluzione permettendomi di giocare, così abbiamo preferito non creare troppo clamore attorno alla faccenda».

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