RICCIONE. «Se una donna accetta di difendere un uomo che ammazza un’altra donna sarà anche un buon avvocato, ma è una pessima persona. Se proprio hai bisogno di soldi faresti meglio ad andare a prostituirti». A fare le spese di una doppia isteria collettiva, quella dei giustizialisti senza se e senza ma e quelle di chi ha eletto il femminicidio a ideologia, è la professionista riminese Monica Castiglioni: l’avvocato difensore dell’uomo condannato in appello a sedici anni di reclusione per aver strozzato l’ex fidanzata è da giorni vittima di un’aggressione sui “social” fatta di minacce e offese irripetibili.

I troll scatenati

A scagliarsi contro di lei sono troll di ogni parte politica (anche opposta), accecati dal pregiudizio e fuorviati da interpretazioni superficiali ed errate riguardo a un verdetto che in realtà non riesuma il delitto d’onore, né considera la gelosia un’attenuante (anzi). Gli haters sono accomunati, inoltre, dalla circostanza di non aver letto la sentenza o di averla letta senza capirla e non si limitano a inscenare proteste, ma mettono a rischio la tranquillità del legale riminese, presa di mira come se fosse un’estensione del proprio cliente.

I precedenti

Era già accaduto qualcosa di simile, a Rimini, all’avvocato Ilaria Perruzza, costretta a lasciare la difesa di Guerlin Butungu, dopo le minacce su Facebook. Una situazione contro la quale l’Ordine degli avvocati e la Camera penale di Rimini prendono posizione. «Sono vergognose le offese e le minacce all’avvocato Castiglioni che non ha fatto altro che il suo dovere, è inaccettabile l’attacco alla Corte d’assise d’appello – commenta Roberto Brancaleoni, presidente dell’Ordine degli avvocati di Rimini – ed è inammissibile l’accostamento con il cliente e tanto meno tra crimini commessi e difensori. Non è solo la Costituzione a garantire il diritto di difesa: si tratta di un principio universale di civiltà. Dove non viene accettato non si può neppure parlare di democrazia o libertà. Una garanzia anche per gli stessi odiatori da tastiera qualora dovessero trovarsi in condizione di doversi procurare un legale».

La sentenza, ribadisce l’avvocato Brancaleoni, emessa da due giudici togati di grande esperienza e da giudici popolari, espressione dei cittadini, «non giustifica il delitto d’onore e non prevede sconti giustificati dalla gelosia». La Corte, al contrario, «ha confermato la circostanza aggravante dell’avere agito per futili motivi (facendovi rientrare, appunto, lo stato di gelosia dell’imputato), mentre la riduzione della pena è stata la conseguenza della concessione delle attenuanti generiche derivanti dall’incensuratezza, dalla confessione dell’imputato (grazie alla quale, tra l’altro, è stato possibile contestare la gelosia come motivo futile e abietto), dall’offerta di risarcire la figlia della vittima con la vendita di tutti di suoi beni e, infine solo marginalmente, dalla “soverchiante tempesta emotiva” ricollegata a infelici esperienze di vita, talmente forte da scatenare appena dopo i fatti un teatrale tentativo di suicidio».

Infermità negata

Di tempesta emotiva aveva parlato il perito, professor Renato Ariatti, che tra l’altro “negò” l’infermità mentale ma descrisse la vita dell’omicida costellata da lutti (la perdita del figlio per leucemia e quella ravvicinata dei genitori per tumore) e tradimenti (in precedenza aveva sorpreso in “diretta” sia l’ex moglie sia l’ex fidanzata a letto con un altro). Che poi, in generale, la pena di 16 per un omicidio volontario sia percepita come troppo mite è un’altra questione (una proposta legge della Lega per negare la possibilità degli assassini di accedere ai riti alternativi è già approdata in Parlamento).

«Si tratta di una vicenda drammatica, come lo è ogni storia che riguarda la morte violenta di una giovane donna commenta l’avvocato Alessandro Sarti, presidente della Camera penale di rimini – Umanamente non si può non rimanere colpiti da questi fatti. D’altra parte, questo aspetto non ci deve far dimenticare i principi su cui si fonda il giudizio penale». «Senza entrare nel merito della vicenda – continua l’avvocato Sarti – quali operatori del diritto assistiamo preoccupati a un crescente clima giustizialista e di astio, in cui le sentenze (delle quali spesso non si conoscono le motivazioni) vengono ritenute “giuste” solo quando assecondano le aspettative di una parte dell’opinione pubblica, fuorviata dall’emotività e da istinti prevalentemente vendicativi. Atteggiamento che rischia di compromettere il rapporto di fiducia e rispetto per la funzione giurisdizionale, pilastro su cui si fonda uno Stato di diritto”.

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