Il Ceis tra quattro cantoni

Un tempo, per noi bimbi del CEIS al di qua della rete l’anfiteatro romano rappresentava un invito intrigante a varcare il confine in nome dell’esplorazione. Intuire la vita fluire attorno alle rovine, toccare materiali antichi posti da chissà chi: una magia affascinante. Un bambino ha tempo per meditare su queste cose. Tuttavia quel posto straordinario veniva completamente trascurato.

Come mai ancora oggi è rimasto un posto così… vuoto?

Solo qualche ricostruzione storica ha illuminato, episodica, gli antichi fasti le cui chiavi sono custodite con rispetto e spirito di servizio dai responsabili dell’asilo svizzero. Non rammento, anche di recente, orde di turisti in fila per un accesso gratuito alle rovine di cui forse in Italia esistono rappresentanze più significative. Siamo sicuri che il disinteresse dipenda dalla parte celata? Quale valore aggiunto offre uno spicchio dell’anfiteatro ..all’anfiteatro stesso? Qualche esperto può illustrare cosa ci si aspetta di trovare lì sotto?

Gran parte di Rimini a scavare, rivelerebbe reperti. E’ un gioco costante quello di valutare tra storia e presente cosa valorizzare. Per la Domus del chirurgo la risposta saggia è stata una convivenza: positivo compromesso tra verde pubblico e bene culturale. Quindi qual è la reale ragione che induce a spostare il CEIS?

Gran parte di Rimini ha fatto i conti – ed ancora li fa- con problemi di condono. Lo sa chiunque intraprenda l’avventura di una compra-vendita di un vetusto immobile. La causa è sempre la stessa: la ricostruzione… Ah, benedetta e selvaggia! Una storia di priorità e pragmatismo. E non si demolisce. Mica si ipotizza di ingaggiare gru dalle palle volanti per sbaragliare il grattacielo ed altrettanti edifici. In nome di cosa poi? Giustizia burocratica?

Ho sentito addurre la motivazione sismica. Non appartiene ad alcuna conoscenza iniziatica la conoscenza che il territorio riminese sia stato declassato da zona sismica ad asismica nel 1938 (dc min. n. 1193) per poi riclassificarsi zona sismica nel 1983 (Gazzetta Ufficale 24/08). In caso di terremoto quanti edifici rischierebbero un crollo? E non sarebbero baracche con un solo tetto sulla testa. Anche in questo caso, di solito, non si parla di demolizione: si eseguono carotaggi e si provvede alla messa in sicurezza delle strutture. E allora quali sono i termini reali del problema dello spostamento del CEIS? Qualcuno mi aiuta a capire se si tratti di un solito braccio di ferro politico, di voluptas potentia o di cosa?

Come cittadina e adulta so che ogni decisione si pondera in base a cause ed effetti, obiettivi e significati. E per il bene comune si negozia. Rimini ha sempre mostrato buone capacità di mediazione. Realizzando progetti ammirevoli è divenuta quella che è: un luogo in cui si vive bene e dove c’è spazio per il nuovo e l’insolito, dove compare, a volte, l’umano più luminoso: qui il signor Eron fa ritirare un premio al signor Dieng; il sindaco Gnassi fa inaugurare il teatro Galli al signor Bagli, l’associazione Basta Merda in mare dà il via al nuovo impianto di depurazione, a chi occupa viene offerta la possibilità di aiutare i migranti e si difendono pure gli alberi perdendo soldoni. Tra oppositori prevale l’amicizia che si rinnova al bar o in una festa in spiaggia. Forse la guerra ha insegnato ai Riminesi che in fin dei conti nessuna questione vale un conflitto lacerante e che la solidarietà è un bene prezioso. La Svizzera solidale ha aiutato gli abitanti di Rimini a tirarsi fuori dalla distruzione, offrendo lavori e una scuola per tutti, specialmente per i figli dei lavoratori; ha accolto a braccia aperte una Montessori buttata dal regime fuori dalla finestra.

Prima di prendere posizione sullo spostamento del CEIS, ho bisogno di capire, e di riflettere. Nella storia recente riminese cosa ha inciso di più sulla nostra identità: le bombe, la ricostruzione, i segni di fasti e potere romano, la cultura, il pragmatismo? C’è tra questi elementi un ordine, una gerarchia, un’urgenza? O c’è un groviglio? L’anfiteatro e il CEIS sono due luoghi di memoria che non entrano in opposizione, rispecchiano due inclinazioni locali: turismo e cultura. Il recupero storico favorisce un turismo di qualità diversa da quello comunemente inteso. Ma perché non iniziare a valorizzare anche le testimonianze della seconda guerra mondiale o quei rari centri che furono all’avanguardia nello sviluppo della pedagogia moderna? Le baracche di legno non sono anch’esse delle testimonianze di una realtà modesta e manuale che ora non esiste più? In natura la coevoluzione porta a proprietà emergenti performanti che migliorano le capacità di adattamento del sistema. Perchè vogliamo privarci del virtuosismo creatosi spontaneamente per un’accozzaglia di cause storiche? E se nel Rimining comprendessimo anche la valenza educativa attiva, inclusiva ante-litteram e non accidentalmente legata al 1946? Migliaia di riminesi si sono coevoluti con quel posto che racchiude circolarmente presente, passato e futuro. E questo lascito è il regalo saggio di una Grande Pedagogista che progettava, e lo sapeva fare: piantando strategicamente alberi e conteggiando il futuro. Che sovversiva! Il Villaggio non è una città in una città, né un’istituzione che ha per centro se stessa. Il centro è il bambino-cittadino. Dopo i bombardamenti, il CEIS forniva agli abitanti derelitti acqua fresca con la sua fontanella. Era ed è un luoghi fluido, laico, dai cancelli aperti, partecipato e libero. Insomma quello che ogni scuola dovrebbe essere all’interno di una comunità. Forse bisognerebbe proteggerlo il CEIS, insignirlo a monumento storico, un po’ come sarebbe importante rendere permanente la mostra fotografica sul bombardamento di Rimini.

Il ricordo di questa storia recente ora, in questi tempi confusi e disorientati, potrebbe aiutarci più che mai: le storie che la compongono ispirerebbero comportamenti saggi. Nel 1944 un generale tedesco si oppose al bombardamento delle rovine romane; una pedagogista socialista straniera ha offerto ad una Rimini devastata se stessa; una città distrutta con umiltà e un’idea di turismo si è risollevata.

La nostra è una storia di errori e di ripensamenti, un intreccio di storie personali e occasionali molto più articolate di una partita dibattuta tra tifosi. La nostra realtà cittadina ci regala ancora la possibilità di partecipare attivamente alla sua conformazione. Di scegliere che tipo di storia srotolare, quali opportunità sviluppare e di quale humus nutrire i cittadini futuri. Facciamolo bene, quello che decidiamo ha molto a che fare con la nostra identità.

(*) insegnante ed ex-alunna

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