RIMINI

“Rom e Sinti sterminati ieri, discriminati oggi”. È lo striscione esposto ieri sera sotto i portici del Comune, dai rappresentanti delle associazioni Rom e Sinti. Una trentina di persone, a nome di altre trecento rimaste a casa (giovani e anziani) chiedevano la regolarizzazione delle aree agricoli in cui hanno fissato la propria abitazione. Il presidio di ieri sera aveva infatti un obiettivo. La mancata applicazione della legge regionale “Norme per l’inclusione sociale di Rom e Sinti” e «l’ottusa e ostinata volontà della giunta riminese – hanno ribadito anche ieri sera i rappresentanti delle associazioni – di lasciare per strada un centinaio di Sinti Riminesi di cui la metà sono minori che frequentano le scuole locali».

In una nota le famiglie di Sinti hanno ricordato che «molti anni fa, quando le politiche delle istituzioni italiane nei confronti dei Rom e Sinti erano ridotte alla costruzione dei campi nomadi, alcuni Sinti rifiutarono questa come unica possibile soluzione per le loro famiglie».

Posare le case mobili e prefabbricati sui terreni agricoli di proprietà allora era consentito dalla legge. «Dal 2005 la legge considera abuso edilizio anche la casa mobile sul terreno agricolo, ma nel 2015 la Regione ha approvato una legge che consente ai sindaci di modificare la destinazione d’uso per favorire l’integrazione delle comunità sinte in micro aree. Un modo di buon senso per risolvere un vecchio problema che in questo caso riguarda un gruppo di famiglie perfettamente integrate, rispettano la legge, pagano le tasse, i loro figli vanno a scuola».

Il vice sindaco Gloria Lisi è uscita dall’aula e ha incontrato i rappresentanti delle associazioni e ha fatto presente che la priorità del Comune è la chiusura del campo di via Islanda tramite le cinque microaree e solo poi, eventualmente, la regolarizzazione della altre aree. Ma la reazione della politica e dei comitati cittadini ha creato un clima tale da rendere praticamente impossibile l’operazione.

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