Da Rimini al Nepal da 20 anni per “un trekking con il mio amico sherpa”

Percorrere i pendii innevati della catena montuosa che vanta la più elevata cima del pianeta, respirare i profumi dell’Oriente, tra le “essenze” dei rituali indù e i movimenti spasmodici delle città sovraffollate dell’India. Ogni inverno da quasi 20 anni, Alex Ferri abbassa la saracinesca del negozio di Igea Marina e sale a bordo dell’aereo che lo porta in Nepal, a Kathmandu. Qui prende il via la sua “ordinaria” avventura, alimentata dall’energia che si innesca dal contatto con persone e situazioni che non sono (quasi) mai le stesse, camminando per sentieri ogni volta diversi, ma spinto dalla stessa voglia di guardare il mondo dall’alto, con le scarpe da trekking allacciate ai piedi. Un’avventura in cui Alex, oggi 40enne, si imbarca da quando nel 2003, allora poco più che ventenne, aveva trascorso 6 mesi tra India e Nepal con la fidanzata, la stessa con cui vive tuttora e dalla quale ha avuto un bambino.

«Io e lei, l’inverno lo passavamo tra India, Sri Lanka e Thailandia, e naturalmente il Nepal – aggiunge Alex, con una punta di malinconia – poi è nato nostro figlio, e le priorità sono cambiate».

Qual è stata, invece, la sua ultima spedizione?

«Un trekking di circa 20 giorni in Nepal. Sono partito lo scorso 13 ottobre e sono tornato il 17 novembre, passando però anche dall’India, in cui ho soggiornato dal 4 novembre fino al ritorno in Italia. In Nepal, ho percorso 436 chilometri a piedi, e raggiunto i 6.180 metri dell’Island peak, più conosciuto come il “Balcone dell’Everest”. In spedizione eravamo io, il mio amico sherpa, una guida locale che conosco da tanti anni, cui sono infatti legato da una profonda amicizia, oltre a 2 francesi e un tedesco. In cima, però, siamo saliti solo io e lo sherpa: alle 7.30 del mattino eravamo in vetta, lui si è incredibilmente fumato una sigaretta, ci siamo “sfogati” con due urli, e poi siamo tornati al campo base di Chumcun Demboge».

Cosa significa trascorrere più di un mese facendo trekking sulla catena dell’Himalaya?

«Di sicuro, è un tipo di viaggio molto “provante”, che puoi fare solamente accompagnato da un’esperta guida locale: gli sherpa, “uomini di montagna”, addirittura capaci di salire le vette con altre persone sulle spalle. Alcuni turisti, infatti, pagano gli sherpa fior di quattrini per farsi accompagnare in cima, anche sull’Everest. In ogni caso, non è un viaggio adatto a quelle persone che io scherzosamente definisco affette da “divanite”, ovvero la malattia di chi “ama molto il divano”. Le condizioni di viaggio sono davvero dure, ma sanno ricompensarti con panorami e immagini veramente mozzafiato, come il cielo stellato che si ammira dalle montagne, a 5mila metri di altezza, in cui i profili delle vette si stagliano all’orizzonte, illuminati quasi a giorno dal chiarore della luna e delle stelle. Certo, per godere di quella vista devi affrontare giorni e giorni di cammino, anche un mese intero, tra le neve e il ghiaccio, mangiando tutti i giorni riso, patate e lenticchie, dormendo nei sacchi a pelo o in tenda a -20 gradi, e bevendo acqua bollita o “condita” con pasticche effervescenti, per mitigarne il saporaccio e per uccidere i batteri da cui è contaminata l’acqua che scorre nei ruscelli».

Eppure, a quelle altitudini, l’acqua non dovrebbe essere cristallina e la natura incontaminata?

«Se pensiamo all’ambiente alpino sì, ma bisogna ricordare che in l’Himalaya è la catena montuosa più inquinata in assoluto. Infatti, fino a 4mila o 5mila metri trovi ancora vegetazione, e dunque anche gli allevamenti, ma soprattutto a causa dell’escursionismo di massa, delle tantissime persone che si avventurano sulle sue pendici. Gli escursionisti, infatti, lasciano dietro di sé attrezzature, i resti degli accampamenti, bombolette dell’ossigeno esauste. Il Governo nepalese ha infatti istituito una sorta di cauzione da pagare prima di avventurarti sull’Himalya, che poi al ritorno del trekking viene resa, se il viaggiatore è in grado di dimostrare di non aver abbandonato rifiuti. Ma soprattutto, a inquinare l’ambiente, ci sono i cadaveri di escursionisti e scalatori. Sì, l’Himalaya è “invaso” dai corpi delle persone morte durante l’arrampicata. Tutti corpi che a causa della difficoltà di essere recuperati vengono lasciati a congelare sulla montagna, tanto che c’è addirittura una zona chiamata “chicken zone”, a 7500 metri, sull’Everest. La zona dei “polli”, di quelli che non ce l’hanno fatta».

C’è un momento in cui anche lei ha avuto paura di morire?

«Quest’anno, nel passare da un crepaccio all’altro. Per attraversarlo c’erano 50 metri da percorrere attraverso 5 rampe di scale in alluminio sospese nel vuoto, le cui estremità erano legate da una corda di juta. Fluttuavano terribilmente, e arrivato a metà, il ponte si fletteva completamente sotto al mio peso. Al ritorno, invece, mi sono anche fatto filmare, ma all’andata ho tremato per 5 minuti buoni».

E l’Everest, invece? Lo sogna?

«No, non è mio desiderio scalare quella vetta, e per tante ragioni. La prima, è che il tasso di sopravvivenza è solo del 70%, quindi se inizi quella scalata, lo fai con la consapevolezza di avere il 30% della possibilità di morire, e lasciare il tuo corpo a congelarsi, letteralmente, sulle pendici dell’Everest, magari proprio nella “chicken zone”. Inoltre, per poter prendere parte alla spedizione, bisogna pagare cifre molto alte, fino a 40mila euro, tra autorizzazioni amministrative e accompagnatori. Piuttosto, sogno di portare i miei amici o i conoscenti in Nepal, per mostrargli la sua bellezza straordinaria, magari anche organizzando un vero e proprio viaggio di gruppo».

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