Da Rimini all’Antartide: «Io, astrofisico, vado 14 mesi al Polo Sud. 90 giorni di buio? Per me sono un miracolo»

RIMINI. Una decina di esseri umani nella terra desolata dell’Antartide, tra ghiaccio e oscurità per 14 lunghi mesi. Il “movente” è solo uno: l’amore per la scienza e per la ricerca. Un sentimento talmente pervadente da spingere 11 uomini e 3 donne, di cui 7 italiani, 6 francesi e una danese, a intraprendere una delle missioni più “dure” che si possano immaginare: allontanamento da casa e affetti, temperature glaciali, 90 giorni di buio perenne di inverno antartico e la convivenza “forzata” in condizione di isolamento.

È questo, infatti, ciò a cui vanno consapevolmente incontro i membri della spedizione promossa dal Pnra, il Programma nazionale di ricerche in Antartide, attuato da due enti: il Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche), che ha curato il coordinamento scientifico, e l’Enea, Agenzia per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che si è invece occupato della pianificazione e dell’organizzazione logistica della spedizione.

A raccontare il fermento e l’apprensione per l’imminente partenza è proprio uno dei membri della spedizione. Il riminese Ivan Bruni, 45 anni, originario di Torre Pedrera e ricercatore presso l’osservatorio astronomico di Loiano, in provincia di Bologna, si appresta infatti a raggiungere Concordia, la base scientifica italo-francese situata a 3.200 metri sul livello del mare, a 1.200 chilometri dalla costa antartica sul mare di Ross, a -75 gradi di latitudine, dove d’inverno la temperatura scende anche sotto i -80 gradi.

Ivan bruni, l’impresa che si accinge a intraprendere è davvero “estrema”. Qual è lo scenario con cui tra poche settimane si troverà a confrontarsi?

«Il 12 novembre lascerò l’Italia e non vi farà ritorno prima che siano trascorsi 14 mesi. L’Antartide è un luogo inospitale quanto straordinario, sono conscio che mi dovrò adattare a condizioni per molte persone impensabili. L’isolamento forzato, la convivenza in un piccolo ambiente con le stesse persone e il freddo glaciale, che durante l’inverno può andare oltre i -80 gradi. Sono temperature talmente basse che consentono all’uomo di uscire dalla base al massimo per 20 minuti, quindi in concreto non è possibile vivere al di fuori del perimetro della nostra “abitazione”. In più, gli aerei non possono volare, poiché il carburante a quelle temperature congela. Dunque, se qualcuno dovesse stare male durante l’inverno, non potrà essere “prelevato” dalla base, potendo però affidarsi al servizio di telemedicina garantito dal policlinico Gemelli di Roma, costantemente attivo per tutto il periodo invernale. E poi, il buio. Durante l’inverno sarà perenne per 90 giorni: novanta giorni senza mai un raggio di sole. Non è semplice da immaginare, le ripercussioni fisiche e psicologiche possono essere molto pesanti. D’altronde però, tutto questo è un paradiso per i ricercatori, soprattutto per un astrofisico come me: avere notte per 90 giorni consecutivi e molte ore di buio anche negli altri periodi per osservare il cielo è un miracolo per un astrofisico. L’Antartide regala una “finestra di buio” impareggiabile».

Come ha reagito dopo aver appreso la notizia di essere stato selezionato per la missione in Antartide?

«Quando mi ero candidato per partecipare alla spedizione non pensavo mi avrebbero scelto, ero davvero scettico. Poi è arrivata la comunicazione, e ho pensato alle parole che i selezionatori ci avevano detto durante il colloquio: “Al ritorno, o non vorrete mai più vedere bianco, neve e ghiaccio per il resto della vostra esistenza, oppure avrete nostalgia dell’Antartide per tutta la vita”. Chissà cosa succederà a me. Un’altra cosa di cui sono consapevole, è quella che viene chiamata la “sindrome dell’invernante”, dunque di chi affronta l’inverno antartico: l’assunzione di un atteggiamento “vago” e soprattutto lo sguardo perduto nel vuoto».

Quali sono gli obiettivi affidati dalla organizzazione a lei e ai suoi “compagni d’avventura”? Come è strutturata la vostra equipe?

«Tra di noi ci saranno 2 medici (1 italiano e una dottoressa danese dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea), 1 cuoco, lo staff tecnico e lo staff di ricerca. Io mi occuperò di fare osservazione astrale, mentre una ricercatrice si occuperà di misurare i parametri atmosferici e un chimico eseguirà dei campionamenti delle polveri imprigionate nel ghiaccio. Inoltre, dovremo prenderci cura della strumentazione che altri scienziati porteranno qui durante il periodo estivo. Infatti, è “solo” durante l’inverno australe (da febbraio a novembre) che saremo totalmente isolati. Nel resto del tempo (novembre-febbraio) avremo visite da parte di altri ricercatori; ma l’inverno artico, sarà solo “nostro”. Nel complesso, oltre a studiare l’impatto dell’inquinamento umano sull’ecosistema, la nostra spedizione permetterà di sperimentare la vita umana in condizioni estreme, simili a quelle che si presenterebbero a chi volesse intraprendere un viaggio per Marte. In sostanza saremo delle “cavie” umane».

Avrete però la possibilità di comunicare con l’esterno, o sarete isolati anche da quel punto di vista? Immagino che tra di voi ci sia anche chi ha famiglia, parenti, compagni e figli.

«Sì, la possibilità di comunicare ci sarà, avremo un satellite che farà da ponte radio con il mondo, e anche la connessione Internet, anche se discontinua e di bassa intensità. Potremo fare chiamate via Skype, ma non saranno frequenti. Del resto sì, molte delle persone che vi partecipano lasciano a casa la famiglia: per loro, sarà ancora più difficile. Io, al momento “per fortuna” sono single».

Quale pensa sarà l’emozione più intensa che vivrà?

«Non saprei, al momento sono diviso tra l’apprensione e l’entusiasmo. Chi ha fatto quest’esperienza ha riferito che rivedere i colori della terra, il verde, il blu del mare dopo più di un anno di bianco completo sia un’emozione fortissima, da non trattenere le lacrime. Così come il primo raggio di sole dopo il buio perenne. Non so cosa mi accadrà, ma di sarà di certo un’esperienza incredibile».

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