Uno Bianca, la Cassazione spazza via le ombre sull’inchiesta riminese

RIMINI. Nessuna ombra sull’inchiesta che quasi un quarto di secolo fa sgominò la banda della Uno bianca. Prima di dare spazio a complottismi e teoremi, in assenza di fatti nuovi, sarà meglio pensarci due volte. E la morale della sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi degli imputati e confermato la sussistenza del reato di diffamazione, già prescritto in appello dopo le condanne di primo grado (cancellate le pene inizialmente inflitte di otto mesi al conduttore televisivo, sei mesi al giornalista collaboratore). Oltre alla provvisionale già versata di ventimila euro sarà adesso la causa davanti alla Corte civile d’appello a stabilire il risarcimento per le parti offese, i due poliziotti riminesi (il sostituto commissario Luciano Baglioni e l’ex sovrintendete capo (adesso in pensione) Pietro Costanza. Dieci anni fa, all’indomani di una trasmissione televisiva, avevano sporto querela indignati per la ricostruzione dell’indagine della quale furono protagonisti e che portò all’individuazione in un primo tempo di Fabio Savi e poi degli altri componenti della banda della Uno bianca. all’approfondimento giornalistico che su Rete 4 seguì alla messa in onda della fiction sulla Uno Bianca. Nel corso della trasmissione (dal titolo «Top secret: Uno bianca chi sapeva?») il giornalista, invitato come ospite dal conduttore, mise in dubbio la versione “ufficiale” sullo svolgimento dell’indagine che smascherò la sanguinaria banda criminale, composta per lo più da agenti di polizia. «Io non credo che siano stati i due poliziotti riminesi a scoprirli», disse in trasmissione Provvisionato «l’impressione è che i Savi siano stati scaricati, che sia arrivata la soffiata… scaricati da chi li aveva presi in affitto. C’è qualcosa che non torna». Incalzato dal conduttore, l’ospite disse apertamente di non credere alla versione sulla cattura. Parole che, secondo gli avvocati Cesare e Roberto Brancaleoni (che tutelano i poliziotti), avevano leso la reputazione e l’onorabilità degli agenti. L’azione legale contro il programma televisivo, per Baglioni e Costanza è stata l’occasione per spazzare via una volta per tutte le voci malevole non ancora zittite a distanza di ventiquattro anni dagli arresti, nonostante le sentenze passate in giudicato. L’unico argine contro fatti alternativi, fake news e post-verità quando, in nome del sensazionalismo o degli ascolti, viene meno anche la correttezza dell’informazione.

Familiari delle vittime

L’attenzione sulle vicende della banda della Uno Bianca resta, intanto, alta anche grazie all’Associazione familiari delle vittime. La presidente, Rossana Zecchi, ieri è tornata a parlare della scarcerazione di uno dei componenti “minori” della gang, Marino Occhipinti. «Se la legge permette che un magistrato di sorveglianza possa decidere di liberare delinquenti di questa natura, la legge deve essere cambiata e anche in fretta», è il suo duro sfogo. «Un segnale pessimo, basta un percorso di ravvedimento in carcere e non importa se sei un assassino o un ergastolano: prima ci sono i permessi premio, poi la semilibertà e infine la libertà totale. E così una persona che si è macchiata di omicidio in questo Paese se la può cavare in tempo relativamente breve, senza che nessuno consulti i familiari delle vittime».

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