RIMINI. Fare chiarezza sulle cause della morte della propria congiunta, una signora di 55 anni di Giulianova (Teramo), deceduta nel novembre 2017 all’ospedale di Rimini dove era ricoverata per le complicazioni di un intervento chirurgico alla schiena effettuato quattro giorni prima in una clinica della Valconca. E’ quanto chiedono da quasi un anno i familiari della donna. L’inchiesta, che dopo il trasferimento dell’ex procuratore capo di Rimini Paolo Giovagnoli è passata al sostituto procuratore Luigi Sgambati, è ormai vicina alle battute finali. L’intera equipe medica che aveva effettuato l’intervento di “decompressione spinale” nella clinica del Riminese risulta indagata: un atto a garanzia degli stessi medici indagati (uno dei quali assistito dall’avvocato Cristiano Basile). L’ipotesi di reato è omicidio colposo. Alla procura spetta, adesso, il compito di tirare le somme sulla base delle consulenze e degli accertamenti disposti nelle settimane successive alla tragedia: era stata ovviamente effettuata l’autopsia, ma del controverso caso si è occupato anche un collegio di esperti (il medico legale Donatella Fedeli, l’ortopedico Stefano Bandiera e l’anestesista Elisabetta Pierucci). Nel caso esista il sospetto concreto di responsabilità nella condotta dei medici durante l’intervento il pubblico ministero opterà per la richiesta di rinvio a giudizio del chirurgo e della sua squadra. Va ricordato che si risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica solo se l’evento si è verificato per colpa da negligenza o imprudenza e quando si esula nell’esecuzione da raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate.

Il marito, un imprenditore agricolo abruzzese, e i figli della donna si sono rivolti fin da subito all’avvocato Claudio Iaconi per stilare, all’epoca dei fatti, un dettagliato resoconto dell’accaduto. Un fulmine a ciel sereno perché alla donna, che soffriva di lancinanti dolori alla schiena, non erano stati prospettati scenari drammatici quanto ai rischi legati alla stabilizzazione di alcune vertebre. Sperava di mettere fine alle proprie sofferenze, ma qualcosa in sala operatoria non andò per il verso giusto: qualcuno parlò ai familiari di «necrosi dello stomaco e del duodeno» e quindi di patologie più gravi di quelle diagnosticate inizialmente. Ma l’ultima parola adesso si attende dalla procura. Il marito ha ancora negli occhi il trasferimento d’urgenza della moglie all’ospedale di Rimini in condizioni disperata e la vana attesa di un miglioramento che, purtroppo, non arrivò.

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