La rinascita di Keagan Girdlestone

RIMINI. Finisce in bici con la testa contro il parabrezza di un’auto. Un urto violentissimo. Il taglio dei vetri gli ha reciso del tutto giugulare e carotide. Il sangue non arriva più alla testa, nemmeno l’ossigeno. La situazione è disperata, c’è chi dà quel ragazzo di appena 19 anni già per spacciato. Questione di secondi, che dividono il confine sottile tra la vita e la morte. Questione di decisioni da prendere al volo, facendo partire la macchina dei soccorsi in cui tutto deve essere sincronizzato. Perché Keagan Girdlestone – il ciclista professionista andato a sbattere contro il vetro dell’auto ammiraglia il 5 giugno scorso, durante la Coppa della Pace a Sant’Ermete – è lì riverso sull’asfalto e sembra esalare gli ultimi respiri.

Sul web la sentenza è già partita: si parla di decesso. Non per i medici, però, quelli che in gruppo, quel pomeriggio, hanno vinto nella corsa contro il tempo spuntandola nella battaglia più difficile. Partendo dai soccorsi sul posto; partendo da Emiliano Gamberini, il medico che si trova davanti a un inferno di sangue e tampona in modo parziale l’emorragia. A lui spetta il primo bivio, la prima drammatica decisione: niente elisoccorso come da protocollo, niente trasporto aereo d’urgenza verso l’ospedale di Cesena. Il tempo, quindici minuti, sarebbe troppo lungo. Sceglie una strada inusuale: ambulanza fino all’ospedale Infermi.

E’ un rischio, ma ci dovrebbe mettere circa sette minuti in meno, se tutto fila liscio. Il reparto di Rianimazione diretto da Giuseppe Nardi è quindi messo in allerta all’improvviso: in arrivo un “paziente in fin di vita con ferita penetrante alla gola”. Una taglio così profondo e netto, per stessa ammissione dei medici, «non si è mai visto: stando ai casi passati, nel giro di due o tre minuti sarebbe dovuto arrivare il decesso». Ma il ragazzo, originario del Sudafrica e da anni residente in Nuova Zelanda, è ancora vivo, l’ambulanza a sirene spiegate corre lungo le strade. La sala operatoria è allestita a tempo di record e anziché impiegare i canonici venti, venticinque minuti, quel pomeriggio se ne impiegano poco più di due. Manca però il sangue: non si conosce quello del giovane; scatta un’ulteriore corsa per portare le sacche di zero negativo, compatibile con tutti i tipi. Arriva, assieme all’ambulanza.

Tutto il personale, dai medici agli infermieri, da Michele Leone di Chirurgia vascolare, all’anestesista Antonella Potalivo ed Elisa Bartolucci di Chirurgia generale, passando per i barellieri e gli operatori socio sanitari, è già in “assetto da battaglia” e si muove all’unisono. Condizione necessaria per non essere travolti dagli eventi. E il rush finale, il passaggio di consegne, è uno dei più delicati: entrato ormai in coma profondo e con quaranta di pressione, il paziente è ancora senza ossigeno e ora deve essere “caricato” e portato dentro l’Infermi; anche qui, il minimo errore sarebbe fatale. Tempo trascorso, poco meno di mezz’ora: la chiamata al 118 è partita alle 16.40 e attorno alle 17.10 per Keagan Girdlestone inizia il delicato intervento chirurgico. Nel frattempo chiamano in ospedale: chiedono l’ora del decesso per poterlo dare ai giornali. Secca la replica: «Nessun morto, fateci fare il nostro lavoro». L’operazione termina alle 22.40: il 19enne è salvo, contro ogni pronostico.

I primi a essere informati sono i genitori, che si trovano in Nuova Zelanda: possono tornare a vivere anche loro, dopo oltre cinque ore di attesa in cui hanno lanciato appelli sul web per chiedere di pregare per loro figlio. Che intanto è stato ricoverato in Terapia intensiva: dove si sveglierà dopo tre giorni, «senza nessuno di quegli effetti collaterali che potevamo aspettarci», raccontano ancora i dottori: «Nonostante il tempo passato senza che il sangue arrivasse alla testa, il ragazzo non ha riportato danni neurologici: capiva e parlava». Poi, dopo 22 giorni trascorsi in Terapia intensiva a Rimini, è stato trasportato nel dipartimento di Neuroscienza dell’ospedale San Giorgio, a Ferrara, un centro di riabilitazione all’avanguardia dove sta recuperando lentamente l’attività nervosa e muscolare. E intanto è partita anche una raccolta fondi per un aiuto, passando dal sito http://givealittle.co.nz/cause/keepfightingkeagz/donations, permettendo così ai genitori di stare in Italia, accanto al figlio: al momento ha portato a 14mila euro. Ma il risultato più importante è che «nostro figlio è qui con noi», spiegano il padre e la madre che hanno ringraziato commossi i medici di questa missione impossibile. O meglio, di questo «caso da manuale, che finirà a breve nelle riviste scientifiche». E l’equipe dei medici non vuole sentire parlare di miracoli: «Abbiamo fatto il nostro dovere, un magnifico lavoro di squadra», spiegano poco dopo soddisfatti. Vero però che «il ragazzo è stato “preso per i capelli” e se ci fosse stato anche il minimo sbaglio e ritardo lungo tutta la catena di soccorso non saremmo riusciti a salvarlo». Questione di secondi, che dividono il confine sottile tra la vita e la morte.

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