RAVENNA. Una delle ragazze era scoppiata a piangere in aula, dicendo di essersi sentita «come una prostituta» di fronte a quelle richieste esplicite di carattere sessuale. Lei, così come altre quattro giovanissime, tutte minorenni, era stata bersagliata online via Facebook, Instagram e Whatsapp. A contattarle, tramite vari profili costruiti ad hoc, era un 30enne imolese, finito poi in un’inchiesta ben più ampia aperta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna e diretta dal pm Roberto Ceroni, con l’ipotesi di prostituzione minorile. Ieri il ramo ravennate di quell’indagine si è chiuso con la condanna a 10 mesi del ragazzo, e con la messa alla prova per un 21enne ravennate, la cui posizione era già stata stralciata ridimensionando il capo d’imputazione. Una pena decisamente ridotta, che il collegio penale presieduto dal giudice Cecilia Calandra (a latere i giudici Andrea Chibelli e Federica Lipovscek) ha pronunciato dopo la richiesta di condanna a un anno e mezzo.

I dettagli nel Corriere Romagna in edicola.

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