Giorgio Dal Prato: “Dopo 42 anni in Deco ho imparato che il bene dell’azienda è quello di tutti”

BAGNACAVALLO. Giorgio Dal Prato a maggio lascerà l’incarico di amministratore delegato di Deco, la cooperativa nella quale ha trascorso tutta la propria vita lavorativa e che ha guidato, fino a consolidarla come una delle realtà più importanti dell’industria alimentare italiana. «Da quando sono entrato qui, non c’è stato un solo giorno, che non abbia pensato a Deco – confida – un sentimento che potrei sintetizzare in orgoglio e attaccamento».

Lei ha passato quarantadue anni in Deco. Come è cominciata?

«Cominciai a lavorare a Deco perché ero interessato a capire come si gestisce un’impresa. Al bar una persona mi disse che alla Detercoop, così si chiamava allora, cercavano venditori. Lo stipendio non era male, 357mila lire al mese, così cominciai pensando che avrei imparato e poi sarei andato altrove. Invece sono rimasto 42 anni… E alla fine, nell’ultima assemblea, ho confessato la gioia, il piacere e l’onore di avere trascorso tutto questo tempo della mia vita in una realtà entusiasmante come questa».

È entrato come dipendente poi è diventato socio…

«Infatti. Un anno dopo che ero stato assunto mi sposai. Renato Verri mi disse che i lavoratori potevano diventare soci della cooperativa, bastava rimboccarsi un po’ più le maniche e mettere la propria quota. Andai in banca, aprii un fido di 2 milioni di lire e divenni socio. Poi nel tempo sono diventato consigliere, poi presidente, responsabile commerciale, direttore generale fino al 2002 e infine amministratore delegato».

Come sono stati quei primi anni in cooperativa?

«Difficili. La cooperativa era in crisi, anzi è arrivata anche vicino al fallimento. Per fortuna che prese in mano la situazione Gianni Celletti, un manager che aveva lavorato nel gruppo Ferruzzi: ci fece rialzare in piedi e cominciammo a crescere».

Quali sono stati gli elementi che hanno permesso alla cooperativa di ripartire?

«Una cosa che ho imparato e che credo sia il segreto della forza di Deco: l’attaccamento dei soci e la propensione a privilegiare gli interessi dell’azienda rispetto a quelli dei singoli. In questo modo la comunità di Deco ha potuto prosperare, accogliere altre persone senza mai chiudersi su se stessa, nemmeno nei momenti più difficili. Perché appunto il bene dell’azienda è il bene di tutti quanti ci lavorano e delle loro famiglie».

Un esempio di questo attaccamento?

«C’è un aneddoto che lo spiega bene. Nel 1986 in tutta Italia ci fu una tremenda morsa di ghiaccio e qui in Romagna la temperatura toccò addirittura i 28 gradi sottozero. Risultato, non si poteva lavorare perché era tutto ghiacciato. I meccanici tentarono tutto il pomeriggio di far ripartire le pompe dell’acqua, fu un’impresa inumana, un lavoro faticoso che alla fine si rivelò anche inutile. Bene, in quell’occasione notai una cosa che non ho mai dimenticato: nonostante i meccanici abbiano lavorato per ore sotto la neve nessuno si lamentò».

Quanto è contato nel successo di Deco l’essere una cooperativa?

«Se avessimo gestito Deco come un’industria di capitali, probabilmente saremmo dovuti andare a produrre in Serbia. Invece oggi produciamo qui, in Romagna. Una cosa che ho imparato in 41 anni in Deco è che i soci devono verificare che i dirigenti, non perdano la consapevolezza di lavorare per una cooperativa di produzione e lavoro. Chi è chiamato a guidare Deco non deve mai dimenticare di essere un cooperatore. Perché se per caso si cambia e ci si dimentica di essere cooperatori, magari l’impresa potrà anche prosperare per un po’, ma poi rischia di crollare».

Quale Deco lascia Giorgio Dal Prato?

«Una situazione aziendale sotto controllo e un clima sereno. Me ne vado dopo avere condiviso con chi resta un piano strategico per le azioni e gli obiettivi di sviluppo futuri. Non scappo, anzi. Per qualche mese affiancherò il nuovo direttore Francesco Cané per un doveroso passaggio del testimone. E verrò per i consigli di amministrazione fino alla scadenza del mandato».

Una cooperativa in salute, insomma.

«In questi anni abbiamo aumentato il capitale economico e questo lo dicono i numeri: nel 2018 l’Ebitda è stato di 9 milioni e il Cash Flow di 8 milioni, risultati raggiunti grazie all’aumento di fatturato e agli ingenti investimenti. Ma l’elemento forse ancora più importante, che ci contraddistingue, è il nostro grande capitale umano».

Che cosa si aspetta o che cosa vuole chiedere ai soci e ai futuri gruppi dirigenti di Deco?

«Che la sfida è avere successo rimanendo fedeli ai propri valori. E poi che un fattore non contrattabile è la totale trasparenza del gruppo dirigente. L’azienda può andare benissimo, ma se chi la dirige dimostra leggerezza nella gestione delle risorse aziendali, per fini personali, allora c’è un problema. Inoltre c’è un concetto che mi piace ripetere: è sempre meglio arrossire oggi, che sbiancare domani. Significa che i problemi vanno affrontati subito, non appena si presentano. E in una cooperativa da soli, i problemi, non si risolvono. Almeno a me, non è mai capitato».

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