Ravenna “Via della seta del mare”

L’approdo a Ravenna del colosso della cantieristica navale cinese China Merchants Industry Technology (Cmit) dello scorso giugno, gli ingenti investimenti già approvati per aumentare il pescaggio dei fondali e la prevista realizzazione di 200 ettari di nuove aree portuali da destinare a insediamenti logistici e industriali, sono tutti elementi che suggeriscono che il Porto di Ravenna intende ritagliarsi un ruolo da protagonista nell’ottica di un polo portuale diffuso per le merci e gli investimenti asiatici nell’Alto Adriatico. Al netto degli immediati risvolti positivi in termini di investimenti, crescita economica e occupazione per il territorio ravennate, che sono indubbi e sono stati già ampiamente discussi in questi giorni, ciò che non deve sfuggire è il potenziale strategico di queste iniziative. Il loro successo potrebbe trasformare il porto di Ravenna nel polo di arrivo della “Via della Seta del Mare” – una rete infrastrutturale che connette la Cina al Mediterraneo passando per Sud-Est Asiatico, l’oceano indiano e il canale di Suez – facendone quindi una delle principali piattaforme logistiche per la strategia di penetrazione commerciale cinese nel continente europeo. Queste vicende, quindi, non possono essere lette solo in chiave localistica ma hanno una valenza nazionale e anche europea.

L’attivismo degli investitori cinesi nei porti dell’alto adriatico è solo un tassello di una più ampia strategia. Negli ultimi decenni il governo cinese – attraverso imprese controllate – ha acquisito massicce partecipazioni in diversi porti europei – Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Francia, Grecia. E questa strategia europea si inserisce a sua volta in un più ampio quadro che vede la Cina giocare un ruolo da protagonista negli investimenti in infrastrutture portuali in Africa, Sud-Est Asiatico, Medio-Oriente e nel continente americano. Insomma, questi crescenti investimenti in infrastrutture marittime altro non sono che uno dei bracci operativi di una più ampia strategia mercantilista volta ad aumentare il peso economico e politico globale cinese.

Si tratta quindi di vicende che chiamano in causa, oltre alla questione dello sviluppo locale, anche la politica estera nazionale, soprattutto in relazione al nostro sistema di alleanze internazionali ed europee. Ad esempio, non è un mistero che gli Stati Uniti considerino le crescenti partecipazioni cinesi all’interno di infrastrutture marittime strategiche a livello globale con preoccupazione, una sorta di “cavallo di Troia” per indebolire e penetrare il sistema di alleanze occidentale. Va ricordato, inoltre, che i paesi dell’Unione Europea stanno discutendo di adottare norme per rafforzare i meccanismi di monitoraggio degli investimenti esteri stranieri – al centro dell’attenzione soprattutto quelli cinesi – per evitare che questi possano tradursi in un massiccio trasferimento di tecnologie e know-how per ciò che riguarda infrastrutture strategiche come quelle dell’energia e del trasporto marittimo.

Insomma, la possibilità che il Porto di Ravenna possa trasformarsi nel polo di arrivo della “Via della Seta del Mare” nell’Alto Adriatico offre indubbie opportunità di sviluppo a livello locale. Tuttavia, una lettura puramente localistica di queste opportunità sarebbe fuorviante. Si tratta di decisioni che hanno risvolti significativi a livello strategico nazionale e, come tali, richiedono una riflessione su quali siano le implicazioni dell’ascesa della potenza economica e politica cinese per il nostro posizionamento all’interno della comunità atlantica e ciò che riteniamo debba essere il ruolo che l’Unione Europea deve giocare nello scenario internazionale.

(*) ravennate, è professore di Relazioni internazionali all’Università di Trento

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