La solitudine dei numeri arabi

Via i cartelli scritti in arabo negli ospedali. Siano gli stranieri a imparare l’italiano e non il contrario». Anche a Ravenna, come a Imola, la Lega Nord, tramite Samantha Gardin, avanza questa singolare richiesta: passando dal “prima gli italiani” a “solo l’italiano”.

«In una logica di integrazione degli stranieri che usufruiscono del servizio sanitario – scrive la Gardin – è normale che queste persone siano obbligate ad imparare l’italiano, se residenti in Italia. Questo serve anche a semplificare e migliorare la comunicazione standardizzandola». Tranquilli: comunque la pensiate sull’argomento è altamente improbabile che quei cartelli vengano rimossi sulla base di tale iniziativa politica. E anche la Lega lo sa benissimo. Perché al Carroccio, molto probabilmente, di quei cartelli non è che interessi tanto. Interessa eccome, invece, il consenso facile-facile che una polemica del genere può ormai generare anche in un territorio come il nostro. Smuovere una pancia è molto più facile che smuovere una coscienza. Se non altro perché una pancia l’hanno tutti.

Solo così possono spiegarsi queste pillole di “sovranismo” linguistico, da proporre in questa eterna campagna elettorale in onda sui social; dove l’impulso “paura-odio-like -voto” sta facendo in pochi mesi deragliare la storia di un Paese e di un continente costruito sulle macerie della Shoah. “Autismo corale” lo definisce il bravo poeta Franco Arminio. Difficile trovare definizioni migliori. Del resto basterebbe entrare nell’aspetto pratico della vicenda per capirne la pochezza e i veri fini. Che non sono certo sanitari. Magari la Lega ravennate potrà smentirmi, ma non mi risultano casi di bambini italiani che abbiano imparato l’arabo frequentando pronto soccorsi. Tanto meno mi risulta sia capitato agli adulti – la maggior parte dei quali (dati Istat alla mano) ha ancora problemi con l’italiano. Così come non mi risulta che ci siano immigrati che abbiano imparato la nostra lingua durante un’ecografia. Si spera ovviamente che i consiglieri leghisti non vogliano estendere la richiesta anche ai numeri arabi. Finora intoccabili. La cosa in quel caso potrebbe davvero generare caos tra piani e stanze. Insomma, per citare un giornalista che questi tempi non li ha vissuti ma li aveva ampiamente previsti, la situazione appare “grave ma non seria”.

È invece decisamente serio un altro aspetto: constatare che esistano politici che possano perseguire il disagio di alcuni cittadini (siano italiani o stranieri) solo a fini elettorali. A cosa serve del resto un cartello in arabo? A evitare 5 minuti di sofferenza in meno a un anziano maghrebino con una colica renale o 3 minuti di stress in meno a una donna con le contrazioni. E’ in questo modo che rinunciamo alla nostra identità? Non credo.

Ma perché, allora, ci siamo ridotti così? Ha un nome questo sentimento diffuso che fa in modo che la semplice umanità sia nel migliore dei casi qualcosa da giustificare o, nel peggiore, un disvalore da cui difendersi in pubblico? Qualcosa a cui ormai solo pochi coraggiosi sanno sottrarsi, al prezzo di essere subito etichettati come “buonisti”.

Magari un giorno una parola per definire tutto questo la troveremo. E potrà anche essere scritta in arabo o in cinese, ma di sicuro non ce ne vergogneremo mai abbastanza.

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