Maxi truffa alla Pir da 7,5 milioni: indagate cinque persone

RAVENNA. Dalla Slovenia fino al porto di Ravenna, passando per la Svizzera. Milioni di metri cubi di carburante che si sono tramutati in una truffa milionaria ai danni della Petra, nota società di stoccaggio e movimentazione di prodotti petroliferi del Gruppo Pir. È proprio dalla società ravennate che è partita la denuncia, che ora vede cinque persone indagate per una presunta maxi truffa da 7,5 milioni di euro.

La grande indagine condotta dalla Guardia di finanza di Ravenna – coordinata dai pm Daniele Barberini e Cristina D’Aniello – vede al centro di tutto la società svizzero-maltese Maloa Ltd e i suoi vertici aziendali: il legale rappresentante di passaporto svizzero e due manager piacentini che svolgono il ruolo di amministratore in Italia della società e di rappresentante fiscale nel nostro Paese.

Al loro fianco sono poi finiti indagati i due legali rappresentanti (un romano e un catanese) della “Partecipazioni finance group”, l’azienda che si sarebbe occupata per conto della Maloa di effettuare i finti pagamenti alla base della truffa alla ravennate Petra.

Il metodo

Il trucco utilizzato dagli indagati sarebbe articolato ma decisamente remunerativo. In cima alla piramide si troverebbe la Maloa Ltd svizzero-maltese che nel 2015, dopo aver importato del carburante dalla Slovenia, si sarebbe messa all’opera per trovare un deposito di carburante in Italia. Dopo aver siglato un paio di accordi, i vertici della Maloa firmano un contratto anche con la Petra spa, trasferendo nei sui serbatoio milioni di metri cubi di greggio.

La legge italiana, sul punto, è molto chiara e precisa: il carburante può essere tranquillamente depositato senza pagare tasse, che devono invece essere pagate solo al momento dell’estrazione dai serbatoi per la vendita. Per il pagamento delle accise – e sta qui il cavillo alla base della truffa – la società che si occupa del deposito fiscale, in questo caso appunto la Petra del gruppo Pir, è “obbligata in solido”. Tradotto: se la Maloa non avesse pagato le imposte dovute al momento dell’estrazione, sarebbe toccato alla società ravennate farlo per suo conto.

Per dimostrare la sua affidabilità, la Maloa Ltd a garanzia del versamento delle accise avrebbe persino firmato due fideiussioni assicurative per il valore di 3,6 milioni di euro. Fidejussioni, come sarebbe poi emerso, emesse da una società di assicurazioni con sede nel Liechtenstein prima sospesa e poi dichiarata addirittura fallita.

Finti pagamenti

È a questo punto che sarebbe entrata in gioco la Maloa Italia più altre società “cartiere” create ad hoc, che si sarebbero occupate di estrarre il carburante dai depositi ravennati per poi rivenderlo. Una volta presa la benzina, per confermare il pagamento delle imposte dovute, il sodalizio avrebbe inviato via mail alla Petra SpA l’attestato di cinque versamenti bancari effettuati a suo carico per un totale di 7,5 milioni di euro. Importi che, in realtà, non sarebbero mai stati versati.

Dopo aver fiutato il possibile “pacco”, a luglio del 2016 la società ravennate inizia a insospettirsi e avrebbe chiesto alla Maloa di inviarle prova sulla regolarità degli adempimenti tributari. L’impresa svizzero maltese non ci avrebbe pensato due volte, inviando alla Petra 15 quietanze di versamenti eseguite con Poste Italiane, in realtà riferiti ad altre operazioni, per poi specificare che i pagamenti successivi (per via di alcuni problemi informatici) sarebbero stati eseguiti solo il mese successivo. Per avvalorare la loro tesi avrebbero addirittura inviato alla Petra SpA una finta comunicazione pervenuta alla “Partecipazioni finance group” a firma di un rappresentante dell’ufficio commerciale di Poste Italiane, nella quale si confermavano i problemi di natura informatica. Peccato che, come emerso dalle indagini, il firmatario di quel documento non avrebbe mai lavorato in vita sua per l’azienda che si occupa del servizio postale italiano.

Insomma una mole infinita di documenti falsi, costati al momento alla società del Gruppo Pir 7,5 milioni di euro – oltre a un mancato guadagno per 190mila euro – dato che alla fine ha dovuto sborsare di tasca propria il denaro per lo Stato. Pagamento a cui è seguita l’immediata denuncia in Procura.

L’indagine delle Fiamme gialle è stata resa ancora più complessa dal fatto che, al fine di far perdere le tracce del denaro illecitamente guadagnato, le società coinvolte nelle truffa avrebbero più volte spostato i soldi in conti correnti aperti all’estero per ostacolarne l’identificazione.

Non siamo i primi

Il porto di Ravenna non sarebbe però il primo in cui la Maloa Ltd avrebbe operato con lo stesso meccanismo. Prima di arrivare da noi la società avrebbe riempito i depositi di carburante attivi nei porti di Trieste e Venezia. Nel primo caso a farne le spese è stata una società triestina che inizialmente si è vista persino sequestrare i propri serbatoi. Poi è toccato al porto di Venezia, dove si trovano indagate sedici società, con a capo sempre la solita Maloa più altre presunte sue cartiere, e 22 imprenditori, tra cui due nomi che compaiono anche nel filone d’inchiesta ravennate.

Gli indagati sono difesi dagli avvocati del foro di Milano Giambattista Colombo, Gabriele Minniti e Rosario Minniti. La Petra è invece tutelata dal legale bolognese Alessandro Cavallari.

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