RAVENNA. Un omicidio studiato e compiuto con l’intenzione di infliggere «un male atroce alla madre dei propri figli», pensando di trarne sollievo e ottenere così «quella pace, quella serenità che si può avere solamente quando “giustizia è fatta”». Sono in tutto 374 le pagine che contengono le motivazioni della sentenza che lo scorso 22 giugno ha condannato Matteo Cagnoni all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso la moglie, la 39enne Giulia Ballestri, dalla quale si stava separando, e di averne nascosto il cadavere nello scantinato della villa disabitata di famiglia.

Otto i capitoli che portano la firma del presidente della corte d’assise Corrado Schiaretti e del giudice estensore Andrea Galanti, depositati la mattina della vigilia di Natale, a circa sei mesi dall’esito della camera di consiglio al termine del processo di primo grado. All’interno, la prosa non risparmia nessuno dei tratti più cruenti del delitto che ha sconvolto la città, consumato la mattina del 16 settembre del 2016.

Le vite dei “protagonisti”

Il documento ripercorre punto per punto partendo dai «prodromi della tragedia» tutti gli elementi emersi in otto mesi, nel corso di «un’istruzione assai densa, serrata, a tratti sovrabbondante, la quale ha illuminato ogni angolo della vita, e non solo, dei protagonisti della tragica vicenda». La separazione tra il 53enne dermatologo “dei vip” e la moglie che «mai nessuno avrebbe voluto morta», s’intreccia con la relazione extraconiugale scoperta dal medico e con la decisione di separarsi «consensualmente ma non serenamente». Eccolo l’unico capitolo nella vita di Giulia» che «offriva alla lettura delle tinte fosche»: il rapporto con un marito «da sempre leader nella coppia e forte del controllo impresso sulla coniuge». Un uomo che lei pensava si fosse rassegnato a «liberarla» ma che invece – secondo il quadro probatorio considerato dalla Corte – aveva architettato da tempo il modo per vendicarsi dello «sputtanamento» che lo ossessionava.

Così la vendetta è andata in scena nella villa disabitata di via Padre Genocchi. Dopo aver cancellato tutti gli impegni con due giorni di anticipo, Matteo Cagnoni ha convinto la vittima ad accompagnarlo nella casa con la scusa di aiutarlo a fotografare alcuni quadri destinati alla vendita. Qui è avvenuta la mattanza, «con un infierire belluino ben oltre il grado del “necessario” ad uccidere chi affidava la propria sopravvivenza ad una debole e passiva difesa». Fino all’arresto, avvenuto il 19 settembre al termine di un rocambolesco tentativo di fuga dalla villa dei genitori, nelle colline di Firenze.

Tradito dal comportamento

Tre, per i giudici, le peculiarità dell’indagine. La villa, trovata chiusa a chiave con il codice di sicurezza inserito, fulcro di questo «delitto di sangue». Secondo aspetto, «l’annichilimento dell’immagine di una donna» avvenuto «mediante un accanimento impari» sul volto «che solamente una persona mossa da uno sprone emozionale di pari latitudine avrebbe potuto anche solamente immaginare di tradurre in atto». Infine, l’atteggiamento dell’imputato, che sia prima dell’arresto che durante il processo, ha assunto un «comportamento comunicativo di quanto era appena accaduto nella villa». Lui stesso, scrivono i giudici alludendo alle dichiarazioni spontanee dell’imputato in aula e alle numerose lettere inviate ad amici e alla stampa, ha fornito una «versione mutevole e cangiante» della realtà, «che nella sua eccentricità, è stata in grado di illuminare dall’interno gli scenari già tracciati dall’indagante e di indicarne di nuovi».

Alla fine, pur dando merito alla «valente difesa tecnica» diretta dagli avvocati Giovanni Trombini e Francesco Dalaiti, riconosce che «nessuno scudo difensivo è parso minimamente frenare il ficcante incedere delle punte incriminatorie», scoccate dal sostituto procuratore Cristina D’Aniello e dal procuratore capo Alessandro Mancini.

Prova genetica e prova botanica

Non vi è dubbio per la Corte che Cagnoni abbia «marchiato con il rosso del sangue con entrambe le mani la propria responsabilità». I giudici lo spiegano alludendo alle impronte lasciate dal dermatologo sulle tracce ematiche di Giulia, prima di citare la lunga lista di reperti recuperati dalla Polizia Scientifica in «un’arena di sangue e morte». Sono parte della “prova genetica”, che si sommano alla “prova botanica”, vale a dire il frammento di legno intriso del sangue di Giulia, rinvenuto nei jeans che l’imputato, il giorno dopo l’omicidio, aveva indossato per tornare nella scena del crimine, per ripulire il teatro della mattanza.

Dopo 112 giorni passati al carcere della Dozza, a Bologna, lo scorso novembre Cagnoni è stato trasferito nuovamente alla casa circondariale di Ravenna grazie all’istanza presentata da uno dei suoi legali, l’avvocato Chiara Belletti e approvata dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Le firme raccolte per un nuovo trasferimento fuori città hanno raggiunto quota 50mila.

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