Cervia, alcol e cocaina durante il sevizio. Reato prescritto per due militari

RAVENNA. Avevano bevuto e fatto uso di cocaina in orario di servizio, mettendosi al volante dell’auto d’ordinanza e rischiando anche di mandare in fumo l’operazione dei colleghi per arrestare un pregiudicato. L’episodio aveva innescato un effetto domino, facendo emergere una serie di condotte che infangavano il prestigio della divisa indossata.

A cinque anni di distanza dall’inchiesta costata l’allontanamento dall’Arma all’appuntato scelto Giuseppe Giancola (47enne di Roncofreddo) e al collega Claudio Capozzi (45enne romano), si è conclusa ieri l’appendice del processo principale, che in primo grado aveva condannato a vario titolo i due militari il primo a 7 anni e il secondo a 6 mesi e mezzo. Per entrambi (difesi rispettivamente dagli avvocati Marco Martines, sostituito in aula da Pietro Martines, e da Antonio Primiani e Giovanni Scudellari) è sopraggiunta la prescrizione per i reati legati alla guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti. Per il solo Giancola si è aggiunto però il patteggiamento a due mesi per i capi d’imputazione ancora aperti, che lo vedevano accusato di avere eseguito una perquisizione illegale e un furto di denaro.

A chiudere il cerchio ieri, davanti al giudice monocratico Cecilia Calandra, è stata la condanna a 10 mesi e duemila euro di multa per Alessandro Rezzadore (difeso dall’avvocato Nicola Casadio), accusato di aver spacciato 10 grammi di polvere bianca a un 45enne serbo, dose poi ceduta da quest’ultimo ai due carabinieri per evitare l’arresto.

L’inchiesta interna

I fatti risalgono al 2013. L’inchiesta avviata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Ravenna e coordinata dai pm Angela Scorza e Lucrezia Ciriello, portò alla luce un corposo elenco di atteggiamenti illeciti dei due militari: cocaina sniffata in servizio, dosi prese dagli spacciatori che avrebbero dovuto arrestare, e addirittura coperture nei confronti di alcuni rapinatori.

L’episodio clou era avvenuto il 18 novembre di quell’anno: Giancola si era presentato in un ristorante a Lido di Savio dove si trovava Pietro Saponaro, pregiudicato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Lecce su richiesta della Dda. I colleghi in borghese erano appostati per procedere all’arresto, che per poco non saltò. Altri militari lo videro spostarsi anche in un bar a Lido di Classe, dove una terza persona vedendolo in condizioni discutibili avvisò le forze dell’ordine. Invitato a tornare in caserma a Cervia, quella stessa sera Giancola si scontrò con il suo superiore, attaccandolo con ingiurie e minacce. Una grave insubordinazione che lo portò nel 2015 davanti al tribunale militare di Verona, competente per la Romagna. Il processo finì con la condanna a un anno per resistenza e oltraggio. Più lieve la posizione di Capozzi, condannato invece dallo stesso organo giudicante a un mese e 20 giorni.

Perquisizione illecita e furto

Il patteggiamento a due mesi (pena sospesa) per Giancola si aggiunge dunque in continuazione alla condanna inferta dal tribunale militare. Considerate le attenuanti generiche, la sentenza del giudice riguarda una perquisizione illegale avvenuta all’interno di un’abitazione situata ai piani superiori del ristorante La Botte di Cervia, eseguita sempre il 18 novembre del 2013. A questo episodio si aggiunge anche il furto di una somma non meglio precisata di denaro lasciata sopra una slot machine in un bar del centro di Pinarella da un marocchino, scappato alla vista del militare. Era accaduto giusto un mese prima della fatidica notte di novembre, in cui partì l’inchiesta che sollevò il velo sull’intera e intricata vicenda.

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