Finita l’estate dei bagnini di salvataggio a Ravenna. Intanto settembre si traveste da luglio

RAVENNA. Concluso il servizio al termine di una domenica di settembre dalle sembianze estive date le temperature e l’affollamento, hanno radunato tutti i mosconi al quartier generale di Punta Marina. Un’immagine che è diventata la metafora della chiusura di una stagione iniziata a fine primavera. Quattro mesi intensi durante i quali i bagnini di salvataggio di Ravenna non hanno certo tirato i remi in barca. Dall’ultimo weekend di maggio, quando i baywatch in canotta rossa sono entrati in servizio, i 98 membri della cooperativa hanno vigilato sulla sicurezza di turisti e bagnanti. «Sia i clienti degli stabilimenti che i tanti che hanno scelto la spiaggia libera, perché anche se il servizio è garantito grazie all’investimento dei gestori dei bagni privati, il personale è stato sempre pronto ad accorrere anche nei tratti di arenile senza ombrelloni in caso di necessità» commenta Ricky De Zordo, coordinatore della cooperativa che riunisce i marinai di salvataggio. E quest’anno lungo i 38 chilometri di costa, tra Casal Borsetti e Lido di Savio, di loro competenza il bilancio dell’attività è lusinghiero. «Come in passato abbiamo puntato molto sulla prevenzione e fortunatamente non ci sono state vittime da annegamento. Gli unici quattro decessi avvenuti sono infatti legati a malori cardiaci. Anche in quei casi i nostri bagnini sono intervenuti per cercare di rianimare i bagnanti che si sono sentiti male, ma purtroppo non c’è stato nulla da fare». L’estate 2018 va quindi in archivio senza vittime di mare mosso o congestioni. «Un risultato frutto dell’impegno dei ragazzi, ai quali rivolgo i complimenti per la professionalità dimostrata. D’altronde il nostro è un lavoro che non si limita all’estate ma impegna quasi tutto l’anno tra corsi di formazione, sicurezza e allenamenti per curare la preparazione fisica. Fare il bagnino è ancora un lavoro che piace, una passione. Nel gruppo figurano tanti ragazzi che studiano, ma anche persone che lo fanno come attività principale. Se è stato possibile salvare molte vite lo si deve alla loro abnegazione e anche alle dotazioni di cui disponiamo; ogni anno investiamo 70-80mila euro solo in attrezzature».

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