Il metadone fatale per “Balla” fornito dal Sert di Ravenna

RAVENNA. Le dosi fatali di metadone assunte da Matteo Ballardini provenivano direttamente dal Sert di Ravenna. Gliele aveva procurate l’amica Beatrice Marani nella fatidica serata in cui il 19enne andò in overdose davanti agli “amici”, che anziché soccorrerlo lo chiusero in auto continuando ad assumere alcol e droga, per poi abbandonarlo agonizzante nel parcheggio di via San Giorgio a Lugo. Per la morte del giovane tutti e quattro i ragazzi presenti nella notte tra l’11 e il 12 aprile 2017 attendono ora il processo in Corte d’Assise per omicidio volontario pluriaggravato.

Da quell’inchiesta, però, rimaneva ancora aperto un tassello fondamentale: quello sull’approvvigionamento di sostanze psicotrope come metadone e antidepressivi. Inchiesta che ora ha portato alla notifica dell’avviso di fine delle indagini preliminari (il cosiddetto “415 bis”) nei confronti di tre persone: si tratta di un medico psichiatra del Sert di Ravenna, la dottoressa Monica Venturini, 63enne ravennate, della stessa “Bea” Marani, 23enne di Lavezzola, e della zia di quest’ultima, Cosetta Marani, 67enne di Ravenna all’epoca dei fatti infermiera responsabile all’Ausl di Imola.

Sono tutte indagate in concorso e a vario titolo per peculato, perché le dosi di metadone spacciate nel Lughese dalla 23enne erano di proprietà dello Stato, ma anche di falso, per la contraffazione dei certificati medici, e per avere prescritto abusivamente sostanze stupefacenti.

Il “super anonimato” al Sert

L’indagine stralcio dell’inchiesta sulla morte del “Balla” – coordinata dai pm Alessandro Mancini e Marilù Gattelli – era partita da un’evidenza: in quel periodo nel Lughese di metadone ne girava davvero tanto. Gli investigatori ne avevano trovato una boccetta pure nella Polo del ragazzo, il giorno stesso del ritrovamento del cadavere. Sopra c’era solo una sigla, sufficiente però a condurre gli uomini della Squadra Mobile fino al Sert di Ravenna. Le analisi delle chat tra la vittima e la 23enne, avevano ulteriormente alimentato gli indizi su un possibile approvvigionamento diretto. Eppure negli archivi del servizio per le tossicodipendenze, il nome di Beatrice Marani non figurava tra i pazienti seguiti. Il motivo è emerso nel corso delle indagini: la giovane aveva sì iniziato il percorso di recupero dall’ottobre 2016, ma la dottoressa Venturini (ora difesa dall’avvocato Alessandra Marinelli), sapendo che i familiari della ragazza lavoravano in ambito sanitario, aveva deciso di inserirla sotto una sorta di “super anonimato”, senza dire nulla nemmeno ai colleghi. Al posto della sua identità c’era una sigla, “MRN-EA” (consonanti e vocali di cognome e nome).

La zia come tramite

A ritirare i farmaci tenuti sotto chiave negli uffici ravennati ci pensava la zia, Cosetta Marani (tutelata come la 23enne dall’avvocato Stefano Capucci), che oltre a ricoprire il ruolo di dirigente infermieristico, all’epoca era anche responsabile del settore formativo e delle verifiche organizzativo-gestionali presso strutture assistenziali dell’Ausl di Imola. Senza avere alcuna delega scritta, si presentava a nome della nipote per il ritiro dei farmaci prescritti, che poi a sua volta passava alla giovane senza controllare che uso ne facesse.

Ci hanno pensato invece gli agenti della Mobile a verificarlo, partendo dalle decine di conversazioni telefoniche (tra messaggi, chat, telefonate e registrazioni) recuperate nel giro dello spaccio lughese.

Secondo l’ipotesi accusatoria, la giovane non assumeva con regolarità il medicinale fornito dalla zia. Si era garantita così una scorta pronta per essere spacciata su richiesta, con una disponibilità addirittura ostentata dalla ragazza. L’anonimato al Sert le permetteva inoltre di evitare gli accertamenti clinici periodici previsti, come prelievi e analisi, nonostante negli sporadici esami effettuati fosse risultata positiva all’abuso di sostanze. Così era diventata un caposaldo del giro di stupefacenti, in una rete di contatti già ribattezzata «coro muto» dal giudice per le indagini preliminari Andrea Galanti dopo l’arresto dei quattro amici di “Balla”.

Oltre alla ragazza, attendono ora il via al processo per quella notte di follia anche il 28enne Leonardo Morara, il 22enne Simone Giovanni Palombo, entrambi di Lugo, e il 24enne di origini marocchine Ayoub Kobabi. Per il gip sono stati «personaggi di un nichilistico copione che solamente la realtà è stata in grado di partorire». Parole durissime per descrivere il dramma, inserito – come emerso in quest’ultima inchiesta parallela – di una cornice ancora più ampia.

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