Giulia Sarti, la giustizia usata per farsi rieleggere

Si era autosospesa in attesa di fare chiarezza sul caso “rimborsopoli”. Poi sappiamo tutti come si è evoluta la carriera politica di Giulia Sarti: rielezione in Parlamento grazie al listino bloccato (gli elettori nel maggioritario l’avevano bocciata) e successiva promozione a presidente della Commissione giustizia. Tutto grazie a una denuncia in procura contro l’ex fidanzato, reo, diceva lei, di averle sottratto i soldi dei bonifici destinati al Microcredito. Lei versava una parte del suo stipendio, lui revocava e se li teneva a sua insaputa: era così che si era salvata dai controllori del partito. Ora però la procura della Repubblica di Rimini, a cui si era rivolta per chiedere giustizia e garantirsi la conferma alla Camera, dice che non era vero nulla, che lei sapeva perfettamente che fine facevano i suoi soldi e che dunque al suo ex fidanzato (per il quale viene chiesta l’archiviazione) non può essere imputato il reato di truffa né quello di furto. Non solo. Dall’inchiesta della procura è emerso che lei stessa ha ammesso con l’ex di averlo denunciato “per salvarmi la faccia”. Giulia Sarti aveva assicurato che se non fosse riuscita a fare chiarezza sul caso “rimborsopoli” avrebbe lasciato il seggio. Si dimetterà qualora il Gip dovesse archiviare la denuncia contro il suo ex fidanzato, come già chiesto dalla Procura, o anche questa volta resterà aggrappata allo scranno con la formula dell’autosospensione?

Erano oltremodo doverose, e gliene va dato atto, le dimissioni da presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati: non poteva continuare a occupare quella poltrona dopo avere fatto un uso strumentale di una Procura perseguendo come fine quello di potere essere rieletta.

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