Un derby storico quello tra Forlì e Cesena, che non si disputava in campionato da 54 anni. Di fronte a migliaia di spettatori (3.200 paganti). Con il Forlì che nell’occasione onorava la maglia storica del centenario, riproponendo la versione grigiorossa come nel 1919, al suo debutto sulle spalle dei giocatori. Una differenza in classifica tra le due squadre di 40 punti, non una partita da ultima spiaggia. E l’occasione di ricordare insieme Vittorio Zanetti, il doppio ex amato da entrambe le tifoserie recentemente scomparso. Tutti gli ingredienti per una festa dello sport. Ma come in tutte le feste, c’è sempre l’invitato scomodo che disturba. E’ quasi normale, direi. Ma in questo caso paradossalmente l’ospite di cui si sarebbe fatto volentieri a meno è proprio uno degli organizzatori della festa: la società Forlì Calcio. Tutta. Ma se le colpe dei giocatori (protagonisti di una quasi aggressione all’arbitro dopo che aveva fischiato il rigore) possono godere dell’attenuante della tensione del momento sul campo, le colpe dei dirigenti (ed ex dirigenti) meritano solo le aggravanti. L’ex presidente che cerca di colpire un giornalista e un operatore che stavano solo svolgendo il loro lavoro e il divieto al Cesena di usufruire della sala stampa per i commenti post partita sono gesti inqualificabili. Possiamo riempirci la bocca su come eliminare la violenza dal calcio, ma prima di chiudere le curve degli stadi forse si può pensare di chiudere gli uffici delle società a certi individui…

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