Finta emergenza, problematica reale

Finta emergenza, ma problematica reale: quella dell’accoglienza dei migranti è in questo momento una questione fin troppo paradossale della condizione attuale del nostro paese. Emergenza è una parola importante: si è in emergenza quando accade qualcosa di non prevedibile, di eccezionale, o quando non si hanno le risorse per gestire i problemi.

In nessuno dei due casi, sui migranti, possiamo dire di essere oggi in una situazione di reale emergenza.

Già da diversi anni – prima dell’arrivo di Salvini alla guida degli Interni, per intenderci – assistiamo infatti alla riduzione progressiva di persone ospiti nei centri di accoglienza. Per quanto riguarda le risorse, poi, disponiamo di quelle garantite da precisi accordi in sede europea.

Nonostante il fenomeno migratorio non possa quindi essere definito in sé un’emergenza nel senso più stretto del termine, non si può negare che nel nostro paese la sua gestione stia di fatto assumendo carattere emergenziale.

A mancare è infatti una risposta strutturale, di veduta complessiva e di lungo periodo, incentrata non tanto sull’accoglienza quanto sull’integrazione.

Si continua a dare la colpa ai numeri, quando il vero problema risiede nella qualità del flusso migratorio. L’opinione pubblica però non se ne accorge, distratta ad arte da ben più serie problematiche interne.

Lo straniero viene così strumentalizzato, diventa oggetto di stereotipi e luoghi comuni. Di lui si parla con il linguaggio della pancia piuttosto che con quello della testa.

Chi lo fa semina diffidenza ed odio, soffiando sul rancore, incapace di proporre soluzioni reali ai problemi della gente. Crea un nemico da dare in pasto al popolo, attribuendogli la colpa di ciò che non va.

Il clima che si respira non è comunque certo solo colpa del governo attuale, faremmo un errore a dirlo.

Mai, dico mai, l’Italia è riuscita a passare dall’ottica dell’accoglienza a quella dell’integrazione, nemmeno durante i governi di centrosinistra che hanno spesso scambiato l’accoglienza con il caos e l’integrazione con il buonismo.

Il loro errore maggiore è stato quello di non dire a chi arrivava “queste sono le nostre regole, la nostra cultura, le nostre tradizioni; non sono valori negoziabili, chi vuole vivere da noi le deve rispettare.”

Ciò infatti non significa prevaricare culture diverse ma, al contrario, riconoscere un necessario terreno comune che, attraverso i valori della costituzione, garantisca la libertà di ognuno.

A questo estremo da salotto buonista, la Lega sta ora rispondendo cavalcando l’onda della diffidenza e della paura dell’altro, sensazioni sempre più diffuse nonostante i numeri dicano chiaramente che non siamo di fronte a nessuna “invasione”.

Così facendo fa perdere di vista il contenuto vero della questione, rappresentato non dai numeri ma dalle storie nascoste dietro ad essi. Fa perdere la capacità di guardare l’altro con umanità.

Per contrastare questa percezione distorta della realtà la strada è una sola: lavorare non su un’accoglienza a macchia di leopardo, ma su un’integrazione diffusa con leggi chiare e prassi burocratiche più snelle.

Solo così sarà possibile costruire solide basi per una convivenza pacifica con il territorio ospitante.

Anche adesso che viaggio spesso in Africa per lavoro, mi accorgo che la vera emergenza, in Italia, è la mancanza di un serio e costruttivo dibattito sociale e politico.

Perché chi arriva sulle nostre coste è solo la punta di un iceberg di povertà e miseria, forse, e dico forse, la punta che sta meglio e che riesce a racimolare qualcosa per pagare il viaggio. A volte sono i risparmi di una intera famiglia che investe su uno solo per farlo sopravvivere.

E tutti gli altri? Restiamo umani, non dimentichiamoli.

(*) Associazione Papa Giovanni XXIII

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