Botta e risposta sull’informazione

Gentile direttore,

noto con piacere che Lei segua la mia pagina e, soprattutto, legga con attenzione i miei post su Facebook. Negli ultimi tempi avevo il vago sospetto che non fosse proprio così visto lo spazio, sempre ridotto ai minimi termini, che il suo giornale riserva alle proposte, ai risultati e agli interventi che il MoVimento 5 Stelle sta ottenendo per il nostro territorio sia al governo che in Emilia-Romagna. Spazi che, mi si permetta di dirlo, non sono mai avari quando, al contrario, a parlare sono “autorevoli” esponenti della maggioranza che governa la nostra regione.

Fatta questa costatazione, però, mi premetta di precisare una cosa: io non ho mai detto, né tantomeno scritto, che il Giornale di Sallusti percepisce dei contributi pubblici come Lei sostiene. Mi sono limitata a fare un’osservazione sul fatto che un certo tipo di giornalismo (quello che quotidianamente fa il Giornale, ma non solo) non deve essere sostenuto con i soldi dei cittadini perché non svolge nessuna funzione pubblica ma, al contrario, conduce battaglie politiche di parte, seppur legittime in democrazia, per carità.

Lei ha ragione quando sottolinea l’importanza e la centralità dei giornali che raccontano quotidianamente il proprio territorio, così come quotidianamente fa con merito il Corriere Romagna. Ma è proprio per tutelare quel ruolo che non ritengo più tollerabile che questo lavoro sia condizionato dalla spada di Damocle dei contributi pubblici. Non solo quelli statali, ma anche quelli “regionali” che Bonaccini e il PD si apprestano a regalare attraverso la legge sull’editoria locale che il MoVimento 5 Stelle ha duramente contestato nei mesi scorsi. Fondi che, il caso vuole, arriveranno proprio a ridosso della campagna elettorale per le elezioni regionali di quest’anno.

E almeno su questo punto mi aspetto che Lei sia d’accordo con me.

Cordialmente,

Raffaella Sensoli

Consigliera Regionale
Movimento 5 Stelle

Gentile Consigliera Sensoli, grazie della risposta soprattutto perchè solitamente i suoi colleghi di partito tendono a non interloquire con la stampa locale, anche se sollecitati, preferendo affidarsi alla loro comunicazione diretta sui social (senza possibilità di dibattito tra controparti, quindi). Sinceramente mi sento di dire che il Corriere ha sempre dato risalto alle iniziative dei 5 Stelle in Regione e nei comuni romagnoli dove è presente e dove addirittura è al governo (Imola ad esempio). Ma come sempre succede ognuno crede di meritare sempre più spazio rispetto agli altri, e quindi posso capire la sua percezione di aver meno visibilità rispetto a quanto ritiene le sarebbe dovuto. Ma è una percezione, come detto. Basterebbe consultare i nostri archivi, ma questo comporterebbe uno sforzo di lettura…

Entrando nel merito, lei ha citato Il Giornale come esempio per giustificare il taglio ai contributi ed è questo che lo ho contestato. Così facendo si genera solo confusione perché Il Giornale non gode di contributi. Si alimenta quel clima di astio e insofferenza verso i giornali e i giornalisti. Anche quei giornali, come Il Corriere Romagna, editi da una cooperativa di giornalisti, senza editori padroni o gruppi industriali alle spalle. Un giornale nato grazie alle cambiali firmate dai suoi giornalisti e sopravvissuto grazie ai sacrifici anche economici dei suoi giornalisti editori. E grazie anche ai contributi previsti da quel fondo per il pluralismo dell’informazione che si vuole azzerare. Perché quei contributi non sono una spada di Damocle, ma un sostegno alle voci autonome e locali dell’informazione che difficilmente potrebbero sostenersi sul mercato solo con le copie vendute in edicola. L’informazione non è un prodotto come gli altri. Per noi (e per la Costituzione) è un valore da proteggere e sostenere. Giudicarla solo con i parametri del mercato è fuorviante. D’impatto, sicuramente, o meglio di pancia, ma pericoloso. Senza i contributi pubblici restano sul mercato solo i grandi giornali che hanno alle spalle editori impuri o gruppi economici, proprio quelli che lei avversa. Scompaiono le voci indipendenti, locali, che possono piacere o meno ma sono fondamentali per il dialogo e la crescita all’interno di una comunità.

Il fondo per il pluralismo dell’informazione è un’inezia nel bilancio dello Stato, un’inezia nei confronti dei contributi pubblici destinati giustamente a sostegno di altre attività economiche. Azzerarlo non libera l’informazione dai padroni occulti, anzi la indebolisce. E la consegna solo nelle mani di quegli editori che lei avversa. La nostra è sicuramente anche una battaglia per la salvaguardia dei posti di lavoro, ma è soprattutto una battaglia per il diritto ad avere una informazione libera e plurale. Anche se non rispetta le fredde logiche del mercato basate su costi e ricavi.

Grazie comunque per l’attenzione.

Roberto Masini

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