Rimini, è morta Marilena Pesaresi la “Donna dal grande cuore”

RIMINI. In Zambia la chiamano la “Donna dal grande cuore”. Nello Zimbabwe il “Leone che sa”. Per tutti è Marilena Pesaresi, la dottoressa, la missionaria dell’Operazione cuore, progetto grazie alla quale i malati cardiaci vengono accompagnati in Italia per essere operati e guariti. La dottoressa Pesaresi aveva 86 anni e ieri ha chiuso gli occhi per sempre. Per ragioni di salute da tempo aveva lasciato l’Africa, dal mese di settembre era ricoverata a causa di una caduta e da un paio di settimane era stata trasferita alla casa di cura “Villa Maria”. Oggi è possibile pregare per la sua anima, nella chiesa di San Gaudenzo alle ore 20,30. Domani i funerali in Duomo alle ore 15, celebrati dal vescovo Francesco Lambiasi.

Una grande vita

Quella di Marilena Pesaresi è una lunga esistenza, speciale, vissuta a modo suo, con determinazione. «L’ho conosciuta nel 2002, quando accompagnava a Rimini i ragazzi dell’Operazione cuore e li seguivamo tramite la Caritas – racconta il vice sindaco Gloria Lisi -. Se pensiamo alla sua vita, la parola che segue è “grandezza”. Non era facile in quegli anni lasciare tutto per andare in Africa. Mi metteva soggezione, l’ho ammirata tanto, la sua grandezza non ti faceva sentire mai all’altezza».

Marilena Pesaresi nasce a Rimini nel 1932, in una famiglia profondamente cattolica. Il fratello Antonio è un cardiologo e la affianca nel progetto “Operazione cuore”. Si laurea in medicina nel 1961 e due anni dopo parte per l’Africa. La sua prima missione è Chirundu (al confine tra Rhodesia del nord e del sud, ora Zambia e Zimbabwe), costruita per volere dell’Arcivescovo di Milano, ma essendo troppo esposta alle tensioni di confine è costretta a chiudere. La dottoressa lavora per due anni all’Harare Hospital (dal 1963 al 1965) e insegna agli studenti zimbabwani medicina, ostetricia e chirurgia. Quindi si trasferisce nell’ospedale di Mutoko, nella Rhodesia del sud, con un’altra missionaria laica, la dottoressa Luisa Guidotti di Modena, per dare vita a un piccolo ospedale. La terza missione è nello Sichili, nel sud dello Zambia dove si ferma per dieci anni (dal 1965 al 1975), contribuendo ad attrezzare l’ospedale e realizzando anche una sala operatoria. Dopo questa lunga esperienza si trasferisce nel nord dello Zambia, a Ndola, nella zona delle miniere di rame, la popolazione è ormai venuta a contatto con l’Occidente: la povertà di molti e la ricchezza di pochi. Marilena Pesaresi comprende che la testimonianza del missionario deve essere quella di un bianco che è lì solo per aiutare e servire.

Il ritorno a Mutoko

Nel 1983 si reca definitivamente a Mutoko, nello Zimbabwe, dove sostituisce la dottoressa Guidotti uccisa durante le guerre di indipendenza, dai mercenari bianchi perché ha curato in ospedale (“All Souls mission”) anche i soldati africani guerriglieri. A Mutoko affronta un’opera di ristrutturazione: maternità, casa per infermiere, reparto uomini e reparto malati di Aids. Nel 1989 apre una scuola per infermieri professionali, per preparare personale destinato nelle strutture delle zone rurali. Marilena Pesaresi è tenuta in grande considerazione. In Zambia la chiamano “La donna dal cuore grande”, nello Zimbabwe “Il leone che sa”.

«Ritengo di dover dare una testimonianza profetica del valore e della dignità di ogni persona e dell’amore con cui Dio circonda anche i più deboli – disse in quegli anni -. Per questo ho deciso di dotare il nostro ospedale di un reparto per malati terminali di Aids: è una goccia appena, in un mare di bisogni, ma per me è il segno che Dio non abbandona gli ultimi».

Premi e medaglie

Nel 1981 la dottoressa Pesaresi viene nominata “Cavaliere della Repubblica”. Nel 1993 è eletta “Il personaggio riminese dell’anno”, mentre l’anno seguente riceve il premio nazionale “Laica missionaria dell’anno”. Insignita del titolo di “Cavaliere ufficiale della Repubblica” nel 1995, nel 1998 il Comune le consegna la massima onorificenza cittadina: il “Sigismondo d’oro”. Nel 2011 l’Ordine dei medici le consegna la medaglia per i 50 anni dalla laurea. Ma il titolo più bello glielo assegna il suo “erede” a Mutoko, Massimo Migani: “Angelo custode”.

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