Il sottosegretario con delega all’Editoria Vito Crimi esibisce come un trofeo al popolo l’azzeramento in quattro anni del Fondo per il pluralismo. L’atteggiamento tranciante, quello delle “Mani di forbice”, certamente popolare, di facile presa sull’opinione pubblica, specialmente ora che è stata addestrata a odiare i giornalisti, porta con sé però l’illusione di una soluzione facile a un problema complesso, quello dell’informazione.

La copia di un quotidiano locale sul tavolino di un bar, per una porzione enorme della Romagna sempre più china sullo schermo di uno smartphone, rappresenta l’unica fonte per conoscere davvero e in maniera critica la realtà che ci circonda. È lo strumento che permette a tanti romagnoli di compiere quel balzo intellettuale che marca la differenza tra cittadini consapevoli e semplici abitanti di un territorio, tra persone che scelgono perché conoscono e altre che seguono gli slogan della massa.
Un quotidiano locale è il risultato del lavoro compiuto da decine di giornalisti che in cambio di buste paga da operaio (ma quale casta?) ogni giorno vanno alla ricerca di notizie che ritengono di interesse sociale, indagando e compiendo tutte le verifiche necessarie.
Chi compra un giornale, investendo un euro e mezzo e qualche minuto del suo tempo, stringe un contratto non scritto con i professionisti che in cambio gli offrono notizie a proprio beneficio. È questa la differenza tra intrattenimento, ciò che offrono i social network e tanti siti di news anche locali, e informazione, quella garantita dai giornalisti, che è un bene necessario, non a caso tutelato dalla Costituzione.
Soprattutto i giovani, ma non solo loro, con lo smartphone cullano l’illusione di informarsi scorrendo da mattina a sera centinaia e centinaia di notizie che amici e conoscenti condividono su Facebook e Twitter. Il problema però è: cosa viene condiviso maggiormente e dunque rimbalza di telefonino in telefonino? Notizie che tali non solo, tipo video del gatto che miagola in “modo incredibile”, diffuse nella colonna destra anche dai siti dei “giornaloni” dato che garantiscono clic a valanga e dunque raccolta pubblicitaria. Oppure notizie false, alimentate ad arte per interessi economici e politici. Ma questo bombardamento di news è realmente fonte di informazione? La realtà è che l’opinione pubblica, anche locale, da quando si è smesso di leggere, si forma in gran parte sulla base di frottole clamorose e problematiche ingigantite ad arte. Scegliamo sindaci e parlamentari non sulla base di fatti o capacità reali ma su “verità che nessuno vi racconta”, chiaro sinonimo di fakenews, che circolano in Rete senza possibilità concreta di essere fermate.
È questa la posta in gioco e va ben oltre il consenso popolare che può garantire in vista delle elezioni europee l’azzeramento del contributo del Fondo per il pluralismo. Il sottosegretario con delega all’Editoria ben conosce quali sono i costi che deve sostenere un giornale locale per potere realmente rappresentare uno strumento di informazione per i propri lettori. Vito Crimi sa bene che subendo la concorrenza di non notizie e notizie false che arrivano dal web ben difficilmente un quotidiano locale che voglia restare indipendente come il Corriere Romagna – il cui editore sono i giornalisti stessi riuniti in cooperativa – può fare quadrare i conti con le sole copie vendute e la pubblicità. L’azzeramento del Fondo per il pluralismo, è bene chiarirlo, non toglie un centesimo ai grandi giornali – che da anni non ricevono contributi – ma taglia le risorse fondamentali alle cooperative di giornalisti che non hanno altri interessi se non quelli dei propri lettori.
Davvero crediamo di potere fare a meno di giornali come il Corriere Romagna sostituendoli con la consultazione di siti dove lavora un solo giornalista, quasi sempre impreparato, che diffondono notizie unicamente attraverso dei comunicati stampa (zero domande, zero approfondimenti) e sparano a caratteri cubitali incidenti gravissimi che poi si rivelano ginocchia sbucciate o rapine in stile “Arancia meccanica” che altro non sono che scippi? Davvero vogliamo affidare il dibattito sul futuro di un pezzo di città, degli investimenti sugli asili o per l’assistenza agli anziani a dei post su Facebook dove a dialogare, quasi sempre attraverso gli insulti, sono in genere quelli che neppure al bar trovano qualcuno disposto ad ascoltarli ma che nei social fanno la parte del leone?

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