Non ci faranno a pezzi per metterci in valigia come è capitato al collega Khashoggi, ma il delitto del governo ai danni dei giornali in cooperativa (come il Corriere Romagna) rischia di consumarsi nella stessa indifferenza. Vittime sacrificali sull’altare della propaganda al servizio di furia ideologica e calcolo politico: l’esaltazione delle piattaforme digitali, infatti, nasconde la volontà di spalancare la via a una narrazione alternativa dei fatti e permette di sondare il terreno per vedere fin dove si potrà spingere in futuro la politica della post-verità. Parafrasando un brano che una delle tante bufale su Internet attribuisce falsamente a Brecht si potrebbe dire «Prima verranno i giornalisti, poi non sapremo più niente». È una sparata troppo grossa? Può sembrare così anche perché quelli che oggi sono sulla nostra stessa barca, come l’Avvenire, il Manifesto, il Foglio e Libero alla fine se la caveranno (fortunatamente per tutti). Gli unici a cadere sul campo saranno le testate locali piccole e indipendenti. Asterix, purtroppo, è solo un fumetto. Occhio però: «Prima verranno per i “corrierini”. E i “corrieroni” non diranno niente. Poi sarà il loro turno».

Digerita la dose minima, ne arriverà un’altra. Eppure non ci difenderanno, miopi, i giornaloni: mica ricevono i contributi. Si spartiranno l’eredità di un pugno di copie. Figurarsi la federazione degli editori guidata da Riffeser, patron del nostro unico concorrente che avrà il monopolio dell’informazione cartacea in Romagna. Rimarranno inascoltati i verbosi appelli o le piazze vuote di organismi di categoria e sindacati sempre più afoni e spuntati, né potremo contare sugli intellettuali alla Saviano che dietro ai proclami di principio lasciano trapelare un malcelato disprezzo per le cronache locali, dalle quali si sentono autorizzati ad attingere a piene mani, perché tanto «si tratta solo di fatti». Svogliata sarà la difesa d’ufficio delle vestali della Costituzione, in servizio permanente effettivo solo quando al potere c’è Berlusconi, o magari Renzi. Non ci salverà Salvini, pronto a usarci come insignificante merce di scambio, a dispetto delle idee su identità e territorialità che lui stesso, quando erano minoritarie, sbandierava dalle pagine, allora sostenute dai fondi statali, della Padania.

A figli di un dio minore, come siamo noi, non faranno da scudo neppure i ragionamenti nobili e generosi del presidente Sergio Mattarella sul pluralismo, né i tentativi di spiegare le distorsioni del mercato pubblicitario in Italia o quelle tecnologiche che permettono sia ai giganti (Facebook e Google) sia ai nani del web (siti sciacallo) di lucrare sul nostro lavoro. Per comprendere quello che c’è in ballo servirebbe attenzione, ma è chiedere troppo: contro gli slogan non c’è partita. I tagli? A conti fatti valgono appena 50 centesimi a italiano. Costeremo di più alla collettività tra mancata contribuzione, cassa integrazione, disoccupazione e magari anche, chissà, reddito di cittadinanza. Agli odiatori, però, questo non interessa, convinti come sono di avere assestato un bel “vaffa” a “nemici del popolo” che appartengono alla casta. Casta a chi? Il bello di un giornale locale, oltre che se scrivi una bufala tutti hanno la possibilità di verificarla, è la redazione aperta: fate un salto e vi mostriamo la busta paga, dieci ore al giorno, festivi compresi. Gli articoli, poi, hanno una firma e una faccia, non c’è spazio per l’irresponsabilità tossica e anonima dei troll e dei nuovi trinariciuti del web. Una strada a due sensi: se uno vuole tirarti un secchio di merda può farlo di persona rovesciandolo nell’ufficio del direttore: è capitato già.

Potrebbe accadere, un domani, a chi mente senza vergogna, agli assistenzialisti al potere come il ministro del “lavoro” Di Maio, che scoprono il liberismo solo se c’è da zittire qualche voce libera. Potrebbe accadere, un domani, se la società civile si scuotesse riscoprendo, per esempio, il valore unico della carta stampata.

Intanto, persa la guerra dei contributi, non ci resterà che la battaglia di ogni sera davanti allo specchio: aiutateci a rivedere, nel riflesso, un barlume della stessa luce di passione per il mestiere che aveva negli occhi Antonio Megalizzi, il collega ucciso a Strasburgo. Anche se ci avranno tolto tutto, così, potremo dire: “Non ci avete tolto niente”.

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