Giornalisti puttane, la storia insegna

Domenica dalla Annunziata, il Ministro Bonafede ha detto che Di Battista e Di Maio hanno avuto, forse, poco stile, ma, sostanzialmente, ragione. Perché difendono il Sindaco di Roma e il Movimento 5stelle dall’aggressione della stampa. Loro che hanno sempre aggredito tutti. Una bella faccia tosta. Dare dei pennivendoli e delle puttane ai giornalisti, mentre si annuncia una riforma punitiva nei confronti della stampa, dopo aver portato alla presidenza della Rai e alla direzione dei Tg, esponenti dell’informazione neonazionalista e sovranista, non è una questione di stile. Non solo. Dopo Bonafede, sempre dalla Annunziata, è intervenuto il nuovo direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, quota Lega, il giornalismo che piace, e ha dimostrato che non è solo una questione di stile, quando, commentando il libro del politologo Yascha Mounk, “Popolo contro Democrazia”, ha detto: “è vero il contrario”.

Quindi la democrazia è contro il popolo.

Ecco, il punto è questo, non di stile si tratta, ma di violazione, senza stile, dei principi fondanti della democrazia. Molti giornalisti hanno reagito contro le affermazioni di Di Maio e Di Battista. E hanno fatto bene, tutti dobbiamo reagire.

Ho molte critiche sul racconto, da parte di molta stampa, degli ultimi 25 anni, da Tangentopoli al governo gialloverde. Un racconto, non vero, sull’Italia Paese più corrotto al mondo, sul Parlamento peggiore del mondo, che ha contribuito non poco alla presa del potere di chi definisce i giornalisti puttane. La dilatazione delle critiche ai difetti della democrazia, mentre crescevano e si affermavano coloro che considerano la democrazia un difetto. No, adesso bisogna difendere senza se e senza ma la libertà di critica della stampa. Come valore assoluto.

Mi permetto solo di fare una riflessione. A disposizione di chi vuole riflettere su ciò che accade, con un minimo di profondità storica. Quello che capita è già capitato. È figlio non del caso, di umori nuovi e sconosciuti. No. C’è già stato un corto circuito fra stampa, Stato liberale, affermazione dei populismi, limitazione della libertà di stampa. Dopo il suffragio universale del 1911, applicato con il voto popolare del 1913, il Corriere della Sera di Luigi Albertini avviò una fortissima campagna anti parlamentare contro Giolitti e il giolittismo. Contro i moderati.

Come ha scritto, in un bel saggio, la storica Simona Colarizzi, Albertini pensava, forse, che la critica feroce potesse migliorare il Parlamento. Pose il tema della “quistione morale” al sud, contro il sistema di potere clientelare giolittiano nel Mezzogiorno. Sacrosanto, senza però tenere in conto quello che Giolitti stava facendo per sollevare le sorti del Mezzogiorno. Aggiunge Simona Colarizzi. Troppo concentrato sui difetti, senza vedere i progressi dello sviluppo democratico. Fu durissimo contro i “particolarismi, i personalismi, le liti, i privilegi” dei deputati. I deputati erano “servili” verso Giolitti, diceva. Non proprio puttane, ma insomma. Ambiziosi e “meschini”, si però.

Il Corriere della Sera, con altri giornali minori, diedero grande spazio a D’Annunzio. Mentre il Sommo Poeta definiva il Parlamento una “cloaca”, i parlamentari un “pugno di ruffiani e frodatori”. Si dilatò all’inverosimile la protesta anti parlamentare nel Paese. Vedete? È già successo. De Roberto, inascoltato, denunciava il “propagarsi di uno spirito di intolleranza giacobina… di violenza verbale e demonizzazione dell’avversario”. Luigi Albertini e il suo Corriere, si svegliarono solo con la morte di Matteotti.

Ma era già troppo tardi. Il Parlamento stava per chiudere. Come i giornali liberi.

(*) analista politico

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui