RIMINI. A parole, all’indomani dello scioglimento dell’associazione “Centro ricerche internazionali Pio Manzù”, tutti dicevano di voler salvare se non il sogno del fondatore Gerardo Dasi (morto a 90 anni il 12 ottobre 2014) almeno l’archivio. In realtà se ne sono sbattuti, e continuano a fregarsene, come conferma la fonte più autorevole in materia: il commercialista Bruno Valcamonici. Al professionista, infatti, dopo la decisione da parte dei soci di chiudere i battenti (gennaio 2016) furono affidate le pratiche dello scioglimento e della liquidazione. E a lui spetta il compito di mettere in vendita quel che resta (e come vedremo non è poco) del “Centro Pio Manzù”. Dopo le perizie sui beni Valcamonici ha inviato una lettera a Comuni, enti pubblici, musei, associazioni, per sollecitare manifestazioni di interesse.

«Nessuno ha risposto»

La risposta? «Quale risposta? Nessuno si è degnato di rispondere e neppure di alzare il telefono». Ma Rimini? Verucchio? «Niente. E pensare che erano state le prime porte alle quali siamo andati a bussare dopo la messa liquidazione». Per la verità il primo a denunciare il disinteresse del Comune di Rimini per la sua “creatura” fu lo stesso Dasi: in una dura lettera datata 29 novembre del 2011 si scagliò con Palazzo Garampi per avere «tagliato totalmente il contributo destinato all’organizzazione delle Giornate».

Archivio da mezzo milione

Figurarsi adesso se qualcuno si sogna di tirare fuori dei soldi per l’archivio (ma non c’è solo quello).

La valutazione del patrimonio è molto alta, capace da sola di soddisfare i creditori: circa mezzo milione di euro. Una storica dell’arte ha quotato le opere possedute dall’associazione (120mila euro), mentre un altro professionista nominato dal tribunale, Giancarlo Ferrucini, ha stimato il resto: 100mila euro per archivio fotografico, ordinato e ben conservato, le annotazioni, gli incartamenti, la corrispondenza, le medaglie e le pergamene oltre ad attrezzature tipografiche, tra cui macchinari storici. A questo va aggiunto il valore per l’avviamento (270mila euro) che consentirebbe di fregiarsi di un marchio registrato, apprezzato e conosciuto nel mondo. La perizia tiene conto della possibilità di riannodare contatti e ottenere ricavi: della ripresa dell’attività potrebbero trarre beneficio le esportazioni nei Paesi arabi (specie Emirati arabi uniti).

Benefici per l’export

All’epoca di Dasi, anche nella fase più recente, l’export regionale e nazionale, secondo studi economici e statistiche, erano influenzati positivamente dall’attività del Pio Manzù.

Rilevando il Centro, infine, si avrebbe la possibilità di riattivare lo status di organismo consultivo permanente dell’Onu (Organizzazione nazioni unite). «Potrebbero volerci un paio d’anni», spiega Valcamonici «ma si tratterebbe di un qualcosa che non ha prezzo». Mezzo milione è però, comprensibilmente, tanto.

Aspettando almeno un’offerta

Il tribunale, però, potrebbe “accontentarsi” di molto, molto meno. Centomila euro, cifra sufficiente per rimborsare i creditori privilegiati (e gli altri al dieci per cento), e si porta via tutto, poltrona all’Onu compresa. «Il problema è che non c’è neppure un’offerta da diecimila euro». Tra poco il liquidatore pubblicherà il suo annuncio di vendita su internet. Le possibili rivalse degli eredi di Manzù (pseudonimo di Manzoni, designer scomparso a trenta anni nel 1969) o delle figlie di Dasi sono facilmente appianabili di fronte a una prospettiva di rilancio e non si esclude neanche la possibilità di uno “spezzatino” che distingua tra beni e beni. Di certo per riportare in auge il Centro Pio Manzù dovrebbe rinascere un “folle” come Dasi, magari aperto al dialogo con la Cina e l’India oltre che col mondo arabo. Tra riportare i grandi della terra a Rimini e rimuovere il ricordo e condannare all’oblio un’esperienza straordinaria che dava lustro a tutto il territorio si potrebbe trovare almeno una via di mezzo.

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