Dalla bio agricoltura al bio turismo. “Da 40 anni investo sulla collina”

FORLI’. L’uomo del biologico ha detto sì. Un sì deciso alla valorizzazione dell’Appennino romagnolo, al ridare dignità a un territorio che per decenni si è spopolato.

Lui è Fausto Faggioli, uno dei pionieri del biologico quando, quasi 40 anni fa, iniziò l’esperienza a Cusercoli, Comune di Civitella nell’Appennino Forlivese, ora maturata nel complesso delle Fattorie Faggioli.

La filosofia

«Percorrere la strada del biologico – afferma l’imprenditore romagnolo – non è usare dei prodotti al posto di altri. Non è soltanto questo. E’ un modo di ragionare, di affrontare il territorio prima ancora delle coltivazioni, di pensare al futuro prima ancora che al presente. Io credo ciecamente nelle potenzialità dei nostri territori, anche di quelli collinari e montani. Ma nulla viene da sé: occorre investire, comunicare, crederci».

L’unione fa la forza

Mentre è al telefono per l’intervista, Faggioli sta per raggiungere l’Appennino di Reggio Emilia. Qui deve riproporre la propria esperienza di marketing territoriale, in una zona dove hanno deciso di fare il Parmigiano Reggiano biologico: una scelta azzeccata dato che riescono a venderlo a quasi il 30% in più rispetto a quello tradizionale.

«Dobbiamo mettere in campo tutte le nostre forze per mantenere in collina e in montagna gli agricoltori. Senza di loro non si fa nulla. Vi sono delle iniziative lodevoli, ma spesso sono sporadiche e non collegate. Penso alla grande intuizione del Comune di Modigliana per la valorizzazione dei grani antichi oppure alle produzioni di carne di animali allevati in biologico a Santa Sofia. Ma tutto questo non basta se non riusciremo a creare, nel nostro territorio romagnolo, da Imola a Cattolica, una rete intersettoriale».

Con rete intersettoriale Faggioli intende non tanto un ente, un tavolo di lavoro o qualche riunione per mettersi il cuore in pace, ma una vera e propria collaborazione fra gli attori della filiera: dagli agricoltori ai ristoratori, dagli allevatori ai commercianti, dagli albergatori all’ente pubblico.

Solo avendo un obiettivo comune si potrà valorizzare il territorio. «Non è un’utopia, come non era un’utopia iniziare il biologico nel 1982. E’ vero, all’epoca in tanti mi davano del sognatore. Quando portavo la mia frutta bio in cooperativa molti sorridevano e scuotevano la testa. Oggi però nessuno può negare che l’intuizione fosse giusta».

Vacanze green

L’imprenditore di Cusercoli è stato fra i primi a proporre il bio-turismo, un’esperienza in cui il visitatore si immerge totalmente in una nuova esperienza, dove ha la possibilità di vivere a tutto tondo il territorio e non solo spizzicando quel che gli viene venduto. «Non dobbiamo più pensare a riempire le pance, ma a riempire la testa. Dobbiamo offrire delle esperienze e delle conoscenze. I prodotti tipici sono importanti, ma li possono trovare ovunque. Invece l’esperienza nuova è fargli vedere come si preparano, da quali materie prime e in che modo. E, ancora di più, fare provare a loro stessi l’ebbrezza di preparare una marmellata, la piadina o un formaggio».

Il futuro

Nelle scorse settimane il Ministero dell’Agricoltura ha dato il via libera a dei finanziamenti per la ricerca sul biologico. «E’ un buon segnale – commenta Faggioli – perché il nostro comparto ha continuamente bisogno di nuove soluzioni. Ma anche le Regioni devono fare la propria parte come l’Emilia Romagna ha stanziato 44 milioni di euro per il comparto bio attraverso i Goi, Gruppi operativi per l’innovazione. Non dimentichiamo – conclude Faggioli che fa parte anche di due gruppi di lavoro a Bruxelles – che stiamo già lavorando per la PAC del 2021. E questa sarà improntata sulla ruralità e meno sull’agricoltura. Significa che l’Italia potrà sfruttare anche il proprio Appennino e le altre zone di montagna per integrare le colture biologiche all’ambiente rurale. Il futuro – è la sua convinzione – è sempre più biologico, con uno stretto legame con il territorio rurale».

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