L’allarme di Confindustria: “Mancano 50mila tecnici”

Monta l’ansia degli industriali in Emilia-Romagna (e non solo) per i pochi profili tecnici a disposizione delle aziende, spaziando dalla meccatronica al packaging-automazione.

L’analisi

Nel momento in cui a livello nazionale risuona l’allarme per il possibile dimezzamento degli incentivi legati al piano industria 4.0, rispetto all’impianto del 2017 (come indicato nel Documento programmatico di bilancio inviato alla Commissione europea), la Confindustria regionale rilancia individuando i nuovi fabbisogni nel capitolo “risorse umane” all’insegna di un’innovata formazione tecnico-manageriale. Perché l’urgenza è una: «Da questa analisi senza precedenti di Confindustria e Federmanager emergono i profili del futuro delle nostre imprese. Di qui al 2020 abbiamo bisogno di 469.000 tecnici a livello nazionale e la nostra stima basata sul peso dell’Emilia-Romagna in questo ambito ci dice che qui ne mancano almeno 50.000, complessivamente tra tecnici e periti, sempre al 2020», calcola il vicepresidente degli industriali regionali Corrado Beldì, che nei giorni scorsi ha illustrato lo studio con Federmanager in presenza di Università, istituti di formazione e altri addetti ai lavori. Sempre secondo le stime di Confindustria nel 2022 cresceranno a quota 90.000 a conferma del trend negativo che non si arresta. Si tratta dei laureati e diplomati in materie tecnico-scientifiche, compresi i super periti degli Its, gli istituti tecnici superiori retti da Fondazioni composte da scuole, enti pubblici, università e imprese che collaborano alla progettazione e realizzazione dei percorsi formativi per tecnici altamente specializzati, richiesti dalle imprese dei settori strategici dell’economia regionale.

Le figure richieste

Avvisa quindi Beldì: «È una corsa contro il tempo. Noi oggi abbiamo 8.000 ragazzi in formazione nei sistemi Its, oltre alle lauree professionalizzanti a livello nazionale, quando in Germania ce ne sono ben 800.000: il divario tra Italia e Europa è molto rilevante, quindi. È la prima cosa su cui lavorare: il futuro del nostro sistema industriale dipende dalle competenze, che devono essere specialistiche ma anche sempre più trasversali. Cresce il bisogno di figure in grado di avere una visione integrata dei processi aziendali ma anche specializzate in innovazione di prodotto, processo e packaging, automazione e robotizzazione, sviluppo di prodotti smart interconnessi, gestione e analisi di big data, personalizzazione di soluzioni e adeguamento alle normative, soprattutto ambientali».

Ed è tenuto conto della demografia, considerata di recente dal presidente di Confindustria Emilia-Romagna, Pietro Ferrari, che la questione appare ancor più urgente: rispetto a 10 anni fa, infatti, mancano all’appello 200.000 giovani.

La formazione

Intanto, ripartono in questi giorni i nuovi corsi degli Its. Oggi gli Its coprono 11 dei 31 profili professionali emergenti, dunque bisogna insistere. Ecco le aree dove il gap è più evidente: l’innovazione nella meccatronica, la progettazione nel packaging, le attività data analytics nella motoristica, l’organizzazione del lavoro nella ceramica, la gestione di processo nel biomedicale, la managerialità “energetica” nell’ambiente, la progettazione di soluzioni nell’esternalizzazione di servizi. In tutto questo si staglia la preoccupazione per il temuto dimezzamento degli incentivi nazionali 4.0, anche se Beldì, invece che lanciare appelli, preferisce concentrarsi su come attrezzarsi. «Rilanciamo – continua il vicepresidente degli industriali dell’Emilia-Romagna – dicendo che ci servono innovazione e 4.0: rilanciamo col modello emiliano, basato su politiche industriali integrate i cui risultati si vedono. L’Emilia-Romagna ha il 7% della popolazione italiana ma raggiunge il 13,6% di export: è il territorio che ha migliorato le proprie performance industriali e di esportazioni nel modo più sensibile, rispetto alle altre regioni del triangolo industriale».

Insieme alla Regione, che con la rete di politecnici investe da tempo nella formazione tecnica, «dobbiamo ampliare l’offerta formativa sulla base di queste nuove esigenze. Serve – continua Beldì – un impegno comune per accrescere la percezione sociale dei profili tecnici, ripensare l’orientamento valorizzando i differenti tipi di sapere e apprendimento, coinvolgere di più le imprese nella coprogettazione con scuole e centri formativi».

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