Pesca in crisi, l’allarme: «Senza aiuti un mondo a rischio di estinzione»

CESENATICO. «Mio babbo faceva il pescatore ma io soffro il mal di mare ed è stato lui stesso a dissuadermi dall’intraprendere la sua professione». Una battuta, quella del 52enne Mario Drudi, dai primi anni ’90 segretario della cooperativa “Casa del Pescatore” di Cesenatico dove è entrato nel 1986, chiamato a difendere una categoria colpita duramente dalla crisi e, dice, «da scelte legislative a livello di Unione europea che hanno creato moltissime difficoltà».

Debolezza

«Le direttive comunitarie sono stringenti e non distinguono tra i vari mari dei Paesi e bisogna dire che l’Italia a Bruxelles ha difeso poco le nostre particolarità subendo i provvedimenti invece di discuterli».

«Il Ministero dell’agricoltura dal canto suo – gli fa eco Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare Nord Italia – ha posto fine alla possibilità di fare investimenti con il contributo del fondo europeo della pesca nelle aree sensibili ai nitrati: sul tema c’è già stata una presa di posizione delle Regioni Emilia-Romagna, Veneto e Friuli che condividiamo. A penalizzare il settore anche e soprattutto lo stop, subito a causa della fine della legislatura, del testo unico del settore rimasto bloccato alla Camera per ben 5 anni. Per non dire dei soldi del fermo pesca del 2015 che arrivano a fatica e di quelli del 2016 di cui non si parla neppure».

Su questi scottanti temi in Romagna sono pronte alla protesta le marinerie di Porto Garibaldi, Cesenatico e Rimini visto che una impresa su due rischia la chiusura a meno che i ministeri delle Politiche agricole e del Lavoro non emanino, entro il 16 febbraio, la circolare che garantisce l’attuazione del regime contributivo previsto per il settore della pesca. Soluzione chiesta con forza da Legacoop e Alleanza delle Cooperative.

I paradossi

«La Ue dice che la pesca del rossetto (una specie molto piccola) non si può più fare perché, pur di dimensioni ridotte, è comunque adulta. Così dalle nostre parti questa specie muore letteralmente di vecchiaia senza poter essere pescata. E quello del regime sanzionatorio per le catture sotto misura è un problema gravissimo. La Ue ha fissato multe, recepite dalla nostra normativa, fino a 150mila euro per il tonno rosso, specie peraltro voracissima e capace di fare piazza pulita di altre, o 12.500 per alici e triglie, cifre in grado di mettere in ginocchio un operatore. In Europa registriamo un atteggiamento molto restrittivo verso lo strascico (pesce pregiato) e la volante (alici e sardine), le due modalità di pesca al traino. In tutta la Romagna in questo momento abbiamo meno di 200 imbarcazioni, con 700 addetti circa, che adottano questa pratica e una trentina saranno demolite. Rischiamo, così, di perdere circa mille posti di lavoro quando in Croazia, dall’altra parte dell’Adriatico, si fanno investimenti e il settore gode di maggiore tutela». Poche barche significano anche effetti a catena su tutta la filiera. «Penso – riprende, infatti, Drudi – ai mercati ittici in difficoltà se non riforniti costantemente. E poi trasportatori e ristoranti, ma anche chi fa manutenzioni degli scafi, officine e artigiani visto che una barca dà lavoro a 4-5 imprese di vario genere. Insomma un indotto notevolissimo». Come si esce da questo stallo? «Finendo di dire che c’è troppo sforzo di pesca per poi assistere a quanto fanno dall’altra parte dell’Adriatico. Davanti al mare della Romagna abbiamo poco pesce nonostante la riduzione del 50 per cento negli ultimi 15 anni del numero di navi. Poi penso al rigassificatore di Porto Viro che si trova in mare dal quale attinge milioni di metri cubi di acqua ricca di nutrienti per restituirla distillata».

Categoria bistrattata

«E poi – conclude Drudi – è ora di finirla con la criminalizzazione nei confronti dei pescatori che questi sentono sulla loro pelle. È un lavoro duro, svolto di notte e al freddo. Quanto è guadagnato è frutto di una fatica durissima».

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