IMOLA

GIULIA FARNETI

Due coppie di amici si incontrano a una cena dopo molto tempo e avvertono un grande disagio comune; credono di vivere in un sistema di valori condivisi che si possono facilmente trasgredire. Tutto è affidato alla parola e ai dialoghi per far emergere una ridicola resa dei conti che mostra quanto sia falsa la morale che si nasconda dietro le convenzioni della società. Questo racconta “La menzogna”, lo spettacolo teatrale diretto da Piero Maccarinelli che va in scena al teatro Stignani di Imola dal 27 al 31 marzo. Una commedia divertente ma che porta anche lo spettatore a riflettere su quanto sia necessario distinguere chiaramente la verità dalla menzogna. Sul palcoscenico imolese ad affiancare Paolo Calabresi troviamo Serena Autieri.

Autieri, per quali motivi ha detto sì a questo progetto teatrale?

«Innanzitutto mi piacciono le sfide, volevo continuare a farne e questa mi è sembrata l’occasione giusta. Quando il regista me l’ha proposto, ho letto tutto d’un fiato il copione e mi ha intrigato subito il personaggio che dovevo interpretare. L’argomento trattato è stato diverse volte portato in scena ma questa volta in modo diverso».

Che tipo di donna porta in scena?

«È una donna molto ferma, che sa dove “condurre” suo marito; una donna molto astuta e anche molto strategica. È la prima che esige la verità nel rapporto con i suoi famigliari, è l’unica che svela subito le carte e che smaschera le bugie del marito».

Partendo proprio dal titolo dello spettacolo, ritiene sia più facile mentire o dire la verità?

«Credo che sia fondamentale dire sempre la verità, anche se questo comportsse un esito non sempre positivo. Non sono mai stata in grado di dire menzogne ma ho sempre cercato di essere vera e leale».

Esiste un confine netto fra la menzogna e la verità, tra il reale e l’immaginario?

«Molto spesso si rischia di fonderli, diventando l’uno parte dell’altro. Ritengo che ci debba essere una vera e propria distinzione tra questi due opposti. “La menzogna” vuole portare a riflettere il pubblico proprio su questo, ovvero quale sia la strada più giusta da prendere».

Emerge la falsità che si nasconde dietro le convenzioni sociali e che tiene in un certo senso “ingabbiati” i personaggi in scena. È così difficile essere sé stessi?

«Credo che sia più facile perché sapere quelli che sono i nostri limiti ci permette di non usare maschere in un mondo invece in cui tutti vogliono apparire più di quello che sono».

Teatro e musica sono parti integranti della sua brillante carriera. Cosa rappresentano per lei?

«L’arte delle note non può non far parte della vita degli esseri umani; accompagna ognuno di noi sempre, nelle gioie e nei dolori. È la corda vibrante insita in ogni uomo. Essere in ascolto di una melodia vuol dire lasciarsi trasportare e immedesimarsi in quei suoni. Il teatro, esattamente come la musica, è portatore di emozioni».

Fa parte del mondo dello spettacolo da diversi anni, quali sono i pregi e i difetti?

«Ho iniziato molto presto a cantare, supervisionata da mio padre e da mio zio. Come in molti altri ambiti, credo che si debba diffidare da coloro che promettono troppo. Senza la passione, tanto studio, rigore e una ferrea disciplina non si va da nessuna parte, evitando anche le scorciatoie. Ritengo che una volta iniziato non si finisca mai di studiare».

È stata anche protagonista sia al cinema sia in tv in ruoli molto diversi l’uno dall’altro: esiste una differenza tra il piccolo e il grande schermo?

«La televisione è uno strumento importantissimo perché permette di essere visti da moltissime persone. Il pubblico del cinema, esattamente come del palcoscenico, deve invece uscire di casa e pagare un biglietto ma si tratta di persone che scelgono l’artista da andare a vedere».

Per un’artista come lei, qual è il significato della parola emozione?

«Credo che sia tutto; senza quella non andiamo da nessuna parte. Parte tutto da lei che va a smuovere l’anima, non è mai scontata e non va persa».

Info: 0542 602610

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