RIMINI. Sulle pagine di “Quando la vita ti viene a trovare: Lucrezio, Seneca e noi” Ivano Dionigi ha rammentato l’importanza di tornare ad ascoltare la voce dei classici ‹‹per ricordarci come eravamo e come potremmo essere, per orientarci nel nostro mondo sempre più eccentrico, senza centro e misura. È la via che ci rivela la sfida che i cercatori del pensiero di ieri lanciano ai viaggiatori sedentari di oggi››. Così come i grandi autori latini hanno fatto da controcanto al loro presente ponendosi le domande ultime.

Coniugando parole e immagini, per i 400 anni della Biblioteca Gambalunga, tornano con la conferenza dell’illustre latinista, già magnifico rettore dell’Università di Bologna, gli incontri del ciclo I maestri e il tempo, promossi dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini. “La parola e il libro” è il titolo di questo appuntamento iniziale della rassegna a cura di Alessandro Giovanardi e Oriana Maroni, oggi venerdì 22 marzo alle 17 a Palazzo Buonadrata (corso d’Augusto 62, ingresso libero).

Dionigi, in che maniera il rapporto tra la parola e il libro indica la necessità di ‹‹ridare vita alle parole, ritrovare il loro significato››?

‹‹Noi oggi abbiamo bisogno di una ecologia linguistica: parliamo male perché ragioniamo male e viceversa. Parlare male, diceva Platone, oltre a essere una cosa brutta in sé fa male anche all’anima. Dobbiamo recuperare il valore originario delle parole, sottoposte a usi impropri e a veri e propri sequestri: pensiamo alla parola pace ridotta all’ambito fiscale, al condono; o alla parola dignità, ridotta a un decreto. La parola scritta, meditata e irreversibile del libro, ci arricchisce e ci protegge dall’improvvisazione e dalla chiacchiera. Il libro ci rende liberi››.

Perché, come nel dialogo che ha immaginato tra Lucrezio e Seneca, è la parola, il logos, che crea l’incontro con l’altro?

‹‹La parola, il logos, lo diceva già Aristotele, è ciò che ci distingue dalle bestie; ognuno di noi ha la sua parola personale, il suo logos insostituibile, la sua ragione irripetibile. Nel dia-logo le ragioni dell’uno si incontrano e si scontrano con le ragioni dell’altro. La sfida è quella di capirci tutti usando ciascuno le proprie parole e le proprie ragioni. Il dialogo ti salva, il monologo ti perde. Una sfida inedita e decisiva ci viene oggi dall’arrivo di popoli che hanno parole e ragioni diverse dalle nostre. Ricordiamoci che il pronome del terzo millennio è noi: ci salveremo insieme o periremo insieme››.

Se ‹‹Il presente non basta, c’è la necessità di stare di fronte ai classici››, come ha scritto Massimo Cacciari, essi ‹‹ci liberano dal potere e mai ci portano a obbedire passivamente››.

‹‹Noi oggi, anziché dominare il presente, subiamo la sua tirannia. Divorati dall’immensa rete del mondo, perdiamo la nozione del tempo, della continuità, della tradizione. I classici sono un antidoto alla dittatura de presente, perché resistono al tempo e alle mode, perché ci arricchiscono proiettandoci verso il passato, e quindi verso la memoria e la riconoscenza per i trapassati, e verso il futuro, e quindi verso il progetto e la responsabilità nei confronti dei nascituri. Sì, i classici ci allungano la vita››.

Quindi si può e si deve vedere la classicità come un antidoto a una modernità frenetica e semplificatrice, che spieghi la complessità, non la riduca?

‹‹I classici non ci risolvono i problemi, quelli dobbiamo risolverli noi, ma ci aiutano a porre le domande giuste perché hanno scritto per noi e di noi. Soprattutto ci aiutano a capire, a “intelligere”: cogliere la profondità e la relazione delle cose. E oggi, in un momento in cui prevalgono saperi scientifici e tecnologici iperspecialistici che procedono in modo autonomo, si avverte la necessità di un “pensiero lungo” che interpreti la complessità, individui un fine e proponga un dialogo tra questi saperi: un nuovo umanesimo come arte della sintesi››.

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