Walter Veltroni presenta al Fulgor di Rimini il suo primo film di fiction

Sab 9 Marzo 2019
Giulia Farneti


RIMINI. L’incontro con il diverso, lo scambio: sono queste solo alcune delle diverse tematiche affrontate in “C’è tempo”, il film che segna il debutto nel cinema di finzione di Walter Veltroni – ospite questa sera alle 21 al cinema Fulgor –, ex sindaco di Roma, già vicepresidente del Consiglio e segretario nazionale del Pd, che dopo l’impegno politico è tornato a fare il giornalista, lo scrittore e il regista. Questa volta, rispetto alle altre, Veltroni racconta una storia tra il tenero e il poetico, tracciando un ritratto nitido dell’Italia di oggi.

Sospeso tra il road movie e la commedia romantica, “C’è tempo” è una riflessione sulle paure, sulle fragilità, sui sogni e le passioni che probabilmente risiedono in ciascuno di noi. È un film sulla luce, i colori, l’importanza delle relazioni con altri solo apparentemente distanti da noi stessi. Poesia e commozione per un atto di amore verso il cinema. Del film e di molto altro altro abbiamo parlato proprio con il regista.

Veltroni, com’è nata l’idea di fare questo film?

«In una scuola svolgevano un laboratorio sulla felicità; tra i partecipanti c’erano due bambini, un maschio e una femmina, che mi hanno colpito non solo per il loro volto ma anche per lo sguardo che avevano. Da loro, in particolare dal bambino, mi è venuta in mente la storia».

Tra le tante tematiche affrontate, quella di due solitudini che s’incontrano. Oggi secondo lei siamo soli?

«Purtroppo sì; grazie ai social network siamo convinti di essere costantemente in contatto con chiunque a qualunque ora del giorno e della notte, ma non è così. La Rete non ci protegge, anzi. A questa condizione di permanente collegamento corrisponde poi una sensazione di solitudine sempre più forte».

Nel film, un’attenzione particolare viene rivolta all’arcobaleno: perché? Che cosa simboleggia?

«La meraviglia. Non c’è persona che vendendo l’arcobaleno non alzi la testa e non sorrida. È molteplicità di colori diversi che mantengono la loro diversità ma, unendosi, costruiscono una meraviglia e, visti i tempi in cui viviamo, credo che abbia un valore non indifferente. Un altro simbolo è quello del labirinto dentro al quale Giovanni si perde, è un luogo uniforme nel quale, una volta entrati, non si vede l’ora di uscire».

Partendo proprio dal suo film, per chi e per cosa non dovremmo perdere tempo?

«Il tempo è l’unica risorsa limitata di cui disponiamo. La vita ha un ciclo ben preciso e dobbiamo imparare a non sprecarla in futilità. Il tempo sprecato è quello dell’odio: chi odia non vive ed è infelice. La nostra esistenza vale la pena di essere vissuta e l’incontro, lo scambio, la bellezza e lo stupore non possono far altro che renderla speciale».

Emergono nella pellicola riferimenti ben precisi sul valore di certi film: “I 400 colpi” di Truffaut, “Novecento” di Bertolucci, Ettore Scola e Marcello Mastroianni, Jean-Pierre Léaud. Sembra quasi dirci che il cinema è un elemento imprescindibile nella nostra vita. Perché è importante andare al cinema?

«Perché è il luogo dove le emozioni sono più forti, è il posto dove si stabilisce un legame tra lo spettatore e la fantasia di un fascio di luce che ha immaginato la storia proiettata nello sfondo bianco. È il regno della magia».

Come vede il futuro del cinema nel nostro Paese?

«C’è moltissimo talento, attori straordinari e autori fantastici, non abbiamo nulla da invidiare agli altri Paesi. Ci vorrebbe un maggior sostegno per il circuito di un film nelle sale cinematografiche per far sì che quella pellicola possa essere vista ovunque».

In “C’è tempo”, il giovanissimo protagonista chiede se c’è un momento preciso in cui si capisce di non essere più bambini; secondo lei qual è?

«Mai, questo momento non ci deve essere. La bellezza degli adulti migliori è quella di portare dentro di sé una quota di quella meraviglia, di quello stupore e di quello sguardo così poco cinico sulla realtà tipici dei più piccoli».

Questo è il suo primo film “di finzione”, ma il grande schermo ha davvero il potere di unire il reale all’irreale?

«Federico Fellini affermava: “Non c’è nessuno più realista di un visionario” ed è la verità. Il cinema ha la grande capacità di unire la fantasia e la realtà – e viceversa – in una combinazione perfetta, e nessun’altra arte ha questo magico potere».

Parte del film è stato girato a Rimini, città che non le è nuova; è stata infatti coprotagonista di diversi suoi progetti. Perché proprio Rimini? Cosa la contraddistingue?

«Rimini ha una magia unica per me. È Fellini, ha una sua particolarità interiore e c’è un qualcosa di non razionalmente spiegabile. È una città di storia meravigliosa, è fantasia, è imprevedibile e molto viva. Apprezzo moltissimo quello che sta facendo il sindaco perché le modifiche che sta apportando a Rimini partono dalla sua identità».

“C’è tempo” è un film sulle sicurezze e sui dubbi, sulle forze e sulle debolezze, sulle paure e sui sogni, ma nel 2019 è ancora possibile sognare secondo lei?

«Assolutamente sì, guai se fosse il contrario. Credo sia sempre più necessario. Rimini è stata una delle città più bombardate per la guerra e se questa meravigliosa città avesse smesso di sognare, se Fellini, Zavoli, Guerra avessero smesso di creare, se non si fosse pensato a un’Europa unita, sicuramente non sarebbe la città che è ora».

Ha toccato con mano la situazione politica del nostro Paese, viste le cariche da lei ricoperte, ma oggi cosa le piace e cosa non le piace dell’Italia?

«Amo il nostro Paese; mi piace la sua storia, la sua cultura, la sua forza di rialzarsi, la sua capacità produttiva e il carattere degli italiani, ma non mi piace il clima di odio che improvvisamente sta cercando di impadronirsi di tutti noi cambiandoci i connotati».

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