Lino Guanciale a Cesena e Ravenna porta in scena Ragazzi di vita

Sale sul palcoscenico del Bonci di Cesena “Ragazzi di vita”, spettacolo tratto dal romanzo di Pier Paolo Pasolini del 1955. Va in scena da stasera alle 21 a domenica 24 febbraio; la regia è di Massimo Popolizio che l’ha voluto nei 40 anni della morte di Pasolini (1975-2015). La drammaturgia è di Emanuele Trevi.

È un lavoro corale interpretato da 18 attori. Giovani semianalfabeti che vivono in una Roma degradata, comunicano in un gergo terrigno, si arrabattano con furtarelli, ma non rinunciano alla propria vitalità, come il protagonista Riccetto, che apre e chiude gli eventi, dimostrerà.

Attorno a loro si muove il narratore Lino Guanciale: osserva, racconta, rende visibili gli accadimenti. Il suo ruolo di “straniero” come lo definisce Trevi (un po’ come Pasolini, da pochi anni a Roma quando scrisse il romanzo), gli permette di intromettersi da supervisore, di interagire.

“Ragazzi di vita” fu criticato e denunciato all’uscita; l’allestimento di Popolizio invece ha ottenuto tre premi alla regia. Un successo che si deve anche alla presenza di Lino Guanciale, l’attore italiano del momento; a teatro reduce dal Premio Ubu per l’interpretazione de “La classe operaia va in paradiso”; in tivù continua l’avventura ne “La porta rossa”, mentre letture, monologhi, conversazioni lo rendono presente in svariati contesti culturali e popolari.

Da quindici anni in Ert, collaboratore di Claudio Longhi, non si è sottratto alla proposta del Teatro di Roma: «Sono amico di Massimo Popolizio – ammette Guanciale – mi ha voluto coinvolgere come figura ibrida di questo viaggio in terza persona, recitato come se fosse in prima, alla maniera della regia di Luca Ronconi in “Quer pasticciaccio”, sullo stile di Claudio Longhi ne “La peste” di Camus. “A me queste operazioni interessano”, dissi a Popolizio. Più ancora che l’interesse per Pasolini, qui ha giocato il piacere di teatralizzare un materiale non teatrale».

Fra i gradimenti generali per lo spettacolo, c’è chi sottolinea che i ragazzi di vita sul palcoscenico appaiono sin troppo allegri rispetto a quelli del romanzo.

«Il taglio di Popolizio intende restituire, attraverso lo spettacolo, la Roma di cui Pasolini si innamora quando vi arriva giovane, dal Friuli. Lo scrittore si sente conquistato da una città di cultura popolare millenaria, si appassiona al linguaggio che riverbera dai suoi poeti, Belli in testa, ai ragazzi di borgata che masticano in romanesco, al loro “mordere la vita” vitale e vitalistico. Da qui nasce una certa leggerezza di tocco registica, a cui va riconosciuto anche il merito di avere avvicinato tanti ragazzi a un autore che di solito a scuola non si riesce a toccare».

Per lei il 2019 è cominciato all’insegna del Premio Ubu, come lo ha accolto?

«Come un onore innanzitutto; è un sogno raggiungerlo per chi fa il mio mestiere. Mi è arrivato con il Premio dei Critici teatrali; credo dunque che premia il percorso che ho portato avanti in tanti anni; con Longhi, con i miei compagni di Ert».

Forse non tutti gli spettatori che la ammirano nelle fiction sanno di questa sua dedizione teatrale.

«In realtà il teatro è casa mia, sono in trasferta quando faccio altre cose; anche quando aggiungo altri linguaggi però, non cambio di una virgola il percorso nel teatro, ma guadagno altri pubblici».

Palcoscenico e schermo come veicolo formativo unico al teatro?

«L’ho sempre dichiarato: se ho cominciato a fare televisione è stato per portare più spettatori nel “mio” teatro, per fare scoprire realtà e contenuti complessi, articolati, ma anche popolari con la P maiuscola. È questo tipo di teatro che forse ha latitato nell’ultimo decennio. Ma non ho mai diminuito di un soffio l’intensità dell’impegno profuso a teatro, formazione compresa».

Oggi è uno dei volti mediatici più presenti, sembra avere il dono dell’ubiquità. Qual è una sua giornata tipo?

«Non mi spaventata lavorare così tanto, né dormire così poco. Dovunque annuso un’importanza, cerco di cogliere l’occasione perché possano nascere altri fiori. Pochi giorni fa ho incastrato anche la lettura di “Utz” di Chatwin, per “Ad alta voce” di Radio3. Durante il tour della “Classe operaia”, stavo sul set televisivo dalle 6 alle 15; poi un’auto mi portava sulla piazza dello spettacolo serale, al termine, dormendo in auto, tornavo sul set per girare».

In maggio entra negli “anta”; quali sono i nuovi obiettivi di quarantenne?

«Spero di trovare un equilibrio fra lavoro e vita privata che finora non c’è stato. Il cinema è un altro obiettivo, in televisione sceglierò lavori di respiro internazionale come è “La porta rossa”. Ho anche aperto una piccola società di produzione per coltivare progetti artistici e di sostegno per giovani autori».

Sabato alle 18 incontro con la compagnia. Info: 0547 355959.

Lo spettacolo andrà in scena anche a Ravenna dal 28 febbraio al 3 marzo al teatro Alighieri. Info: 0544 249244

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